Marini deciso a non mollare «Me la gioco fino in fondo»

L'ex presidente del Senato dopo lo stop: "Dev'essere Bersani, se proprio vuole, a chiedermi di farmi da parte". Le rassicurazioni del Cavaliere

Roma - E adesso sono cavoli di Bersani. «Per quanto mi riguarda, io resto in pista. Deve essere Pier Luigi, se proprio vuole, a chiedermi di farmi da parte. Ma me lo dica in faccia». Ecco, stavolta il lupo si è arrabbiato davvero. Deluso dal segretario, che non l'ha avvertito che il clima era cambiato. Irritato per essere stato spedito al massacro. Offeso perché dal centrosinistra, dopo il bagno, solo Pino Pisicchio l'ha chiamato. «Gli hanno fatto la supercazzola», spiega a Montecitorio un ex dc. E il voto per il conte Mascetti ironicamente lo dimostra.
Ma lui niente, ritirarsi non è nel suo dna. Del resto, che Franco Marini fosse testardo come tutti gli abruzzesi, lo si sapeva. «Sono in corsa e me la gioco fino in fondo», racconta subito dopo aver parlato con il Cavaliere, che lo ha rassicurato: il Pdl non appoggerà altri candidati, almeno per ora. L'ex presidente del Senato punta al quarto scrutinio, quando per salire al Quirinale basterà la maggioranza semplice, a quota 504. Lo scenario però è in continua evoluzione e i suoi 521 voti non sembrano un margine sufficiente.
Infatti al tramonto, Bersani sostiene che «si apre una fase nuova», che «bisogna prenderne atto», che serve «una proposta». Ma avrà problemi a dirlo al diretto interessato, che proprio non vuole essere rimesso in naftalina.
Vecchio chi? Io non sono bollito, ripete infatti Marini a quelli che lo avvicinano. «Vuole sapere come mi sento fisicamente? Mi guardi». Completo grigio, golf blu, aria asciutta, manca solo che si metta a fare le flessioni per dimostrare che avere ottant'anni non è un reato. «Stamattina mi ha chiamato De Mita e mi ha fatto molto piacere. Il vecchio Ciriaco ha sempre la testa molto lucida». Come dire: chi meglio di noi, ex democristiani, solidi e immarcescibili come le querce secolari di San Pio delle Camere?
E dire che la giornata del candidato era cominciata nel migliore dei modi. Dopo una notte serena, il cappuccino sotto casa ai Parioli, con uno scambio di battute con il barista. «Allora, presidente, veniamo a trovarla al Quirinale?». «Non scherziamo ragazzi, aspettiamo». Prima di salire in macchina ha trovato un plotone di giornalisti. «Senatore, sembra un inglese. Ha portato pure le sue pipe?». «Eh, le pipe, che vuole che le dica. Adesso preferisco i sigari Toscani. Accendo la pipa quando voglio fumare di meno». «Ma la pipa di Gianni Letta, il suo compaesano?. «È vero, Letta molti anni fa mi regalò una bellissima Dunhill. Purtroppo però l'ho persa». «Il Pd sembra diviso sul suo nome...». «Mi auguro che il partito possa ritrovare in fretta la sua unità». «Nessun rischio di scissioni, allora». «Ma no, ma quale scissione, che dite?».
Alle dieci, quando a Montecitorio Laura Boldrini ha dato il via alla corsa, Marini era già nei suoi uffici di ex presidente del Senato, a Palazzo Giustiniani. Umore alto e poca voglia di fare commenti. «Sto lavorando, sto lavorando. Ho molto da fare, non si può parlare ora». Ogni tanto, un po' di tensione. «È una battaglia dura». Frasi di circostanza, normale scaramanzia. Perché in realtà l'ex segretario della Cisl, l'uomo delle mille trattative, l'alpino scalatore di vette, stavolta era sicuro di spuntarla. «Spero di far convergere su di me pure i voti di Sel».
Gli unici contatti con gli amici abruzzesi. A San Pio stavano già preparando i festeggiamenti. Giorgio D'Innocenza, titolare dell'unico bar del paese e anche lui alpino, ha seguito lo spoglio su internet. «Conosco bene Marini, partecipa attivamente alle attività della sezione locale dell'Ana. Speriamo bene, sarebbe un ottimo presidente della Repubblica».
Si è visto poi come è andata a finire: franchi tiratori. quorum lontano, azioni in picchiata, persino uno sberleffo nell'urna, con quella scheda per Valeria Marini. Fallito il primo round, il lupo della Marsica sarebbe pronto al secondo, o meglio al quarto. Ma i 224 voti in meno rispetto alle previsioni sono un macigno. Eppure, «sono sereno», fa sapere lui.