Napolitano ancora intercettato, dopo Palermo spunta Firenze

Dagli archivi emergono nuovi brogliacci sul Capo dello Stato. Indiscrezioni dei dialoghi con Mancino e con Bertolaso finiscono sui giornali. Ed è giallo sul numero degli ascolti

La cassaforte segreta contiene più di un brogliaccio. Uno, anzi due, anzi no: di più, perché le conversazioni in cui compare la voce del presidente della Repubblica aumentano di numero ad ogni puntata. E la combinazione del caveau togato resiste a tutte le leggi, a tutte le norme, a tutte le interpretazioni sugli equilibri politici fra poteri dello Stato. La verità è che nell'Italia in cui un'intercettazione non si nega a nessuno, anche Napolitano è finito, di rimbalzo, come è capitato e capita a moltissimi parlamentari, nella rete telematica della polizia giudiziaria. Quante volte? E dove?
Si scopre infatti che anche a Firenze, e non solo a Palermo, il presidente è rimasto impigliato nei brogliacci della Procura. È la Repubblica a dare la notizia che nell'indagine sul G8 i pm si sono ritrovati fra le mani i nastri fra l'allora numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso e Giorgio Napolitano. Furono i carabinieri del Ros a registrare, fra il 6 marzo e il 9 aprile 2009, due conversazioni del capo dello Stato. Curiosamente, a distanza di più di tre anni, queste bobine non sono state distrutte, ma sembra ripetersi la litania sentita in queste ore a Palermo. Si tratta di dialoghi, figurarsi, senza alcun rilievo ai fini dell'inchiesta, ma intanto restano lì, vengono pesati e valutati, infine sono stati allegati, come migliaia di telefonate, agli atti del processo che si è aperto il 22 aprile scorso.
Firenze come Palermo. Due colloqui qui, due colloqui lì. E su l'Unità Emanuele Macaluso, da sempre vicinissimo a Napolitano, va all'attacco del Fatto quotidiano e di Marco Travaglio che nell'editoriale di giovedì scorso aveva spiegato ai lettori che le telefonate fra Napolitano e Mancino sono due. «Chi informa Travaglio?», si chiede retoricamente Macaluso che pare alludere alla storica amicizia fra il celebre giornalista e il pm di Palermo Antonio Ingroia. «Di più - rincara la dose Macaluso - Travaglio ci informa che le intercettazioni sarebbero due e non tre: come fa a saperlo?». La risposta, banale, è che Travaglio fa il suo mestiere di giornalista e coltiva da par suo le fonti. Ma i conti non tornano.

Eccoci al nodo: il capo dello Stato non può essere ascoltato, ma se i pm arrivano al Quirinale seguendo un'altra strada, ecco che anche le parole del Colle vengono studiate, sezionate, analizzate, di fatto entrano negli sterminati archivi della magistratura. Insomma, il divieto è assoluto - a parte il caso di alto tradimento con conseguente impeachment - ma la norma diventa un colabrodo quando c'è di mezzo l'interesse della Procura. E alla fine le conversazioni della prima carica del Paese si ammonticchiano negli uffici dei pm. Quattro, per ora, se sono vere le indiscrezioni giornalistiche, fra Firenze e Palermo. Chissà quante altrove. «Ad essere sinceri, non ci aspettavamo da parte del presidente Napolitano una reazione simile e comunque siamo sereni - si difende Antonio Ingroia al microfono di Enrico Mentana - riteniamo di aver applicato la legge nel migliore dei modi, di non aver leso in alcun modo le prerogative del capo dello Stato e anzi di aver usato il massimo delle cautele consentite dalla legge. Infatti non è uscita una riga, né sul contenuto e nemmeno sul numero delle conversazioni». In realtà qualcosa trapela. Sul Fatto Travaglio, dopo aver dato i numeri, prova a riempire pure gli spazi vuoti: ricostruisce le telefonate segrete di Napolitano giocando di sponda, indirettamente pure lui, con quelle ormai note del suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio. E arriva alla conclusione che Napolitano abbia instradato Mancino sulla via del falso, suggerendogli di concordare una versione di comodo con Claudio Martelli.

Passo dopo passo, si capisce anche meglio il conflitto durissimo in corso. Le parole del Quirinale vengono conservate sottovuoto, diventano oggetto di ragionamenti in punta di diritto e di inevitabili fughe di notizie, insomma vale anche per il Colle quel che succede ogni giorno per i parlamentari protetti da immunità. D'altra parte la legge, come sempre in Italia, si presta a mille letture e solo un maestro della sfumatura può essere in grado di padroneggiarla. «C'è un vuoto legislativo - sostiene Ingroia addebitando la colpa al Parlamento - e ci sono opinioni controverse: ci auguriamo che la Corte Costituzionale possa dirimere ogni dubbio ulteriore».
I pm sanno dove mettere le mani, sfruttano anche i più piccoli appigli sulla parete del codice, scalano anche l'ultima vetta istituzionale che pareva inviolabile. E il Csm, stretto fra due fuochi, tace.