In nome del popolo italiano

diEra il 24 marzo del 2009 quando Luigi Scricciolo in un silenzio assordante, ex sindacalista della Uil, muore per un improvviso malore; a darne notizia Antonello Piroso, che più volte si è occupato del caso, durante il telegiornale.
Quanto questo malore sia imputabile alla vicenda giudiziaria che gli ha rovinato la vita per 7171 giorni mai, nessuno potrà saperlo.
Certo è che un uomo nato a Castiglione del lago sul Transimeno in provincia di Perugia il 5 giugno del 1948 colmo d'idealità e che si trova nel 1980, dopo essersi formato agli inizi degli anni Settanta a Roma seguendo i corsi di Paolo Sylos Labini, a capo del Dipartimento internazionale della Uil non può aver vissuto bene la profonda ingiustizia e l'incomprensione che da quel 4 febbraio 1982 lo ha colpito.
Aveva trentatré anni quando a Luigi Scricciolo, riunito con i delegati Uil per l'organizzazione di una mobilitazione a favore di Solidarnosc, fu notificato un mandato di cattura: accuse pesanti quelle che lo portano con sua moglie Paola in carcere. A Luigi Scricciolo sono contestati i reati di appartenere alle Brigate Rosse, di aver partecipato da esterno al rapimento del generale Statunitense James Lee Dozier e di promuovere attentati contro l'integrità dello Stato. In quella stanza della Questura di Firenze dove Luigino Scricciolo fu portato, vide per l'ultima volta sua moglie; uno in una stanza uno in un'altra prima di trovarsi, anni dopo, in un Tribunale civile che sanciva la loro separazione.
In novecento giorni il sindacalista della Uil perde tutto: lavoro, moglie, rispettabilità sociale senza mai conoscere le motivazioni dell'arresto. Infatti, tali e pesanti sono le accuse che non gli vengono neanche riportate per dare modo agli inquirenti non solo di verificarle in modo puntuale ma anche di scoprire eventuali complici. Scricciolo non ci sta e quello che sembrava un piccolo contrattempo risolvibile in breve tempo s'inizia a trasformare nella storia di una vita passata ad aspettare una sentenza; in quei 900 giorni tenta il suicidio e inizia come forma di protesta uno sciopero della fame che lo porterà a pesare da novanta chili a quarantacinque.
In realtà la vita di Luigi Scricciolo termina ben prima della data della sua morte; la vita termina quel 4 febbraio del 1982, il giorno dell'arresto. Passa vent'anni tra i colpevoli, un'innocente tra i colpevoli, ad inseguire una verità che alla fine venne fuori da sola, senza neanche un processo. Nel 1991 arriva il primo proscioglimento in istruttoria: il tribunale di Verona chiude il procedimento a suo carico per il rapimento del generale Dozier e lo assolve.
Il 6 settembre del 2001, a 7171 giorni dall'arresto, Luigi Scricciolo è assolto, anche questa volta in istruttoria, da tutte le altre accuse; Scricciolo non era un brigatista e non tramava contro lo Stato. Vent'anni in attesa di un giudizio che non ci sarà mai; 20 anni divisi tra 900 giorni di carcere, gran parte in isolamento giudiziario, 400 giorni di arresti domiciliari e 7171 per avere giustizia.
«Dopo vent'anni non è giustizia», sono le ultime parole di Luigi Scricciolo in un'intervista rilasciata pochi giorni prima del malore che lo uccise. Una vita sospesa; una vita colma d'ingiustizie e prigioniera di pregiudizi.
Una volta assolto Scricciolo si rivolge al Tribunale per chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione ma riceve una risposta negativa: nulla può avere riconosciuto in quanto il processo non si è mai svolto. Ma l'ex sindacalista è uomo coriaceo e quel risarcimento, oltre ad essere importante economicamente, ha un valore morale rilevante e così si rivolge alla Cassazione che, finalmente, nel 2008 sentenzia il corrispettivo, ventun mila euro di risarcimento. I 7171 giorni in attesa di giudizio assieme ai 1300 giorni di detenzione valgono meno di 3 euro al giorno; è l'ennesima beffa per un uomo che dai 33 anni ai 53 anni è rimasto segregato al ruolo di accusato in attesa di giudizio.
Una beffa che si somma a quella che l'Inps gli aveva voluto riservare licenziando Scricciolo perché un processo così lungo ledeva comunque la reputazione dell'ente. Scricciolo fece ricorso al Tribunale amministrativo e venne reintegrato.
«Quel che ti fa sentire impotente è la non risposta, il non diritto», queste erano le parole di Scricciolo che ben rappresentano il limbo in cui ha vissuto un'intera vita. Un limbo tragico che ha segnato un'intera vita, che ha ucciso a soli 33 anni la vita e i sogni di un uomo onesto.
Penso che quello che Scricciolo, se fosse ancora vivo, vorrebbe è il riconoscimento sociale di una sua innocenza e della sua probità; si perché quando vieni accusato le prime pagine si sprecano e la gente fa a gara per abbandonarti al tuo destino e, quando vieni prosciolto da tutto, nessuno più si interessa a te, è passato troppo tempo, non fai più notizia perché comunque come Scricciolo diceva «rimani per sempre e soltanto un ex carcerato».
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