Il Papa commissaria i vescovi e detta la nuova linea alla Cei

La «prolusione», questa volta, è del vescovo di Roma. E non, come avviene abitualmente, del presidente della Conferenza episcopale italiana. Prende la parola, scherza, ma dà soprattutto linee guida chiare ai vescovi italiani.
Papa Francesco in persona apre i lavori dell'Assemblea generale della Cei, il «Parlamento» dei vescovi. Un fatto storico: è la prima volta che un Pontefice interviene ad inizio lavori, «sostituendosi» di fatto al numero uno della Cei. Un chiaro segnale di discontinuità con il passato e della volontà di Bergoglio di prendere in mano la situazione della chiesa italiana.
Mette in guardia, Papa Francesco, da carrierismo e divisioni. Chiede ai vescovi di essere «semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi». In una parola: «Vicini alla gente». E indica tre priorità per il Paese: famiglia, lavoro e immigrati. Scherza con Bagnasco per stemperare i toni di chi parla di rottura tra i due. «A me ha sempre colpito come finisce il dialogo di Gesù con Pietro: seguimi. Vorrei andarmene con questo messaggio», afferma Jorge Mario Bergoglio, riscuotendo gli applausi dei prelati riuniti nell'Aula del Sinodo in Vaticano. E smorza le critiche dei mass media: «Un giornale dice dei membri della presidenza: questo è un uomo del Papa, questo non è un uomo del Papa. Vorrei dirvi che sono tutti uomini del Papa, per parlare questo linguaggio politico. Ma noi dobbiamo andare avanti con un linguaggio comunionale; la stampa a volte inventa tante cose». Francesco cita così il film di Vittorio De Sica, I bambini ci guardano, per esortare a «essere uniti per guidare il popolo della Chiesa». Poi il monito: basta divisioni all'interno della Chiesa. «La mancanza o la povertà di comunione costituisce lo scandalo più grande, l'eresia che deturpa il volto del Signore e dilania la sua Chiesa. Nulla giustifica la divisione: meglio cedere, meglio rinunciare, disposti a volte anche a portare su di sé la prova di un'ingiustizia, piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio», afferma il Papa, che poi mette in guardia dalle numerose tentazioni che possono cogliere anche i pastori del gregge: «La gestione personalistica del tempo, le chiacchiere che diventano bugie, la durezza di chi giudica, il rodersi della gelosia, l'invidia». Ed ancora: la tiepidezza, la mediocrità, l'accidia che porta all'insofferenza, la presunzione di chi si illude di poter fare da solo, l'abbondanza di risorse e di strutture. La road map della Chiesa italiana, per il Papa, passa per la famiglia, la lotta alla disoccupazione, l'immigrazione. «Tra i luoghi in cui la vostra presenza mi sembra maggiormente significativa, rispetto ai quali un eccesso di prudenza vi condannerebbe a irrilevanza – chiarisce il Papa – c'è la famiglia, comunità domestica penalizzata». Ma c'è anche la tutela della vita, «dal concepito all'anziano».
Un'attenzione va rivolta anche a quella che il pontefice chiama la «sala d'attesa dei disoccupati, dei cassintegrati e dei precari», dove «il dramma di chi non sa come portare a casa pane si incontra con quello di chi non sa come portare avanti un'azienda». È interpellata la «responsabilità sociale di tutti». E sugli immigrati, il Papa torna a tuonare: i vescovi devono calare «la scialuppa» nell'«abbraccio accogliente agli immigrati. Nessuno volga lo sguardo altrove». Di fronte a queste emergenze, la Chiesa deve aiutare a «non cedere al catastrofismo e alla rassegnazione, sostenendo con ogni forma di solidarietà creativa la fatica di quanti con il lavoro si sentono privati persino della dignità».