Il Papa fulmina i perbenisti «No al linguaggio ipocrita»

Papa Francesco critica il linguaggio politicamente corretto, il formalismo, la tendenza all'adulazione. Che non amasse le diplomazie lo si era capito dai primi momenti del suo pontificato, ma l'omelìa pronunciata ieri mattina durante la messa a Santa Marta ne è stata un'ulteriore conferma. Erano presenti i vertici della Rai, la presidente Anna Maria Tarantola e il direttore generale Luigi Gubitosi. E chissà, magari proprio questo fatto avrà spinto Bergoglio ad essere esplicito nella sua riflessione sul linguaggio. I cristiani devono rifuggire «un linguaggio socialmente educato» e incline «all'ipocrisia» che, ha detto, è il «linguaggio dei corrotti». E devono avere invece il coraggio della «verità». «Quando Gesù parla ai suoi discepoli dice: il vostro parlare sia “Sì, sì! No, no!”». I teorici del linguaggio edulcorato e della scelta di «parole morbide» tipo «di colore» anziché «nero» o «negro», oppure «diversamente abile» al posto di «handicappato», «operatore ecologico» invece di «spazzino» e si potrebbe continuare con gli esempi, se ne adonteranno. Ma Bergoglio non è solo il Papa dei poveri. È anche un Papa che ama parlar chiaro, come il vangelo insegna.
Commentando il brano della richiesta dei farisei a Gesù circa il tributo da dare a Cesare, durante la predica di cui la Radio Vaticana ha diffuso ampi stralci il Papa si è chiesto: «Qual è la nostra lingua? Parliamo in verità, con amore, o parliamo un po' quel linguaggio sociale per essere educati, anche per dire cose belle, ma che non sentiamo?». Coloro che si avvicinano a Gesù in modo tanto amabile sono gli stessi che andranno a prenderlo nell'Orto degli Ulivi per trascinarlo davanti a Pilato. «Questi ipocriti che cominciano con la lusinga e l'adulazione, finiscono cercando falsi testimoni per accusare chi avevano lusingato», ha sintetizzato Francesco.
I farisei sono gli intellettuali e i moralisti dell'epoca. Interpreti del perbenismo e attentissimi al galateo, sono pronti a esigere comportamenti ineccepibili dagli altri. Così si rivolgono a Gesù «con parole morbide, con parole belle, con parole troppo zuccherate» cercando di «mostrarsi amici». Più che la verità, amano se stessi «e così cercano di ingannare, di coinvolgere l'altro nella loro menzogna, nella loro bugia. Loro hanno il cuore bugiardo, non possono dire la verità».
Dopo la critica ai «cristiani da salotto» del sabato di Pentecoste quando, incontrando i movimenti, li aveva esortati allo «zelo apostolico» e aveva criticato quei «cristiani inamidati che discutono di teologia bevendo il tè», ieri Bergoglio ha arricchito quello che si può ormai considerare come uno dei capitoli forti del suo magistero. Ovvero il capitolo contro il pericolo della «mondanità spirituale» nella Chiesa, già individuato da Henri De Lubac. «La mondanità spirituale», ebbe a dire l'allora arcivescovo di Buenos Aires in un'intervista al mensile 30 Giorni, «è quella che Gesù vede in atto tra i farisei: “Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni gli altri”». Sono la vanità e il narcisismo a spingerci a desiderare che si dicano «cose buone di noi» e a farci usare «un linguaggio persuasivo che porta all'errore e alla menzogna».
A questa ipocrisia Bergoglio ha contrapposto il linguaggio dei bambini che è fatto di mitezza. «La mitezza che Gesù vuole da noi non ha niente di questa adulazione, di questo modo zuccherato di andare avanti. Niente!», ha esclamato Francesco. «La mitezza è semplice, come quella di un bambino. E un bambino non è ipocrita, perché non è corrotto».