Ma è una processione che nasconde solo croci

La paura di spendere, l'incertezza che frena. Lo show è vedere gli altri comprare

Ieri mattina mi sono alzato pieno di buona volontà. Per la prima volta al primo giorno di saldi! Sono planato nelle vie dello shopping romano già prima che le saracinesche e le vetrine addobbate for sale cominciassero a luccicare. Pronto in scarponcini comodi per andare su e giù per il Tridente o via Cola di Rienzo con le immancabili citazioni sulle metropoli di Georg Simmel e le città liquide di Baumann, ecco, la voracità dei consumatori, la luminescenza delle grandi griffe e così via. Questo è l'inizio, farcito di tutte le ottime intenzioni di un racconto scacciacrisi.

Invece vi rivelo già la fine: ottimisticamente, grazie anche a una sosta surreale di un'ora e mezzo davanti a un grande magazzino per colpa di un fondotinta, a fine giornata ho contato una media di 0,3 buste per pedone, infanti e passeggini compresi. Ho contribuito anch'io, con un cappottino con colletto di lapin (che riciclerò, siamo in tempo di crisi) preso per disperazione verso l'ora di pranzo, a tirare su il morale dei saldi del nostro scontento. Saldi tristi, gente incolonnata sotto la pioggerella con lo sguardo di chi deve andare a pagare un bollettino di Equitalia e non entrare in un negozio per acquistare un capo di abbigliamento, una borsa o un oggetto di arredo a prezzo conveniente. Gente che si è buttata - e questo è significativo - a gonfiare le fila nelle catene di shopping che già hanno i prezzi stracciati tutto l'anno. Sconti di sconti. Me l'ha spiegato un ragazzo con un lungo pizzetto bianco e pelato come un pomodoro, identico a J-Ax, il cantante degli articolo 31: «H&M - eravamo lì, ma il discorso potrebbe ripetersi per tanti altri brand - è la vittoria del comunismo realizzato».

Capi tutti uguali in tutto il mondo a basso prezzo, anche qui a Roma dove gli unici che ridono e si divertono sono i cinesi, i pochi giapponesi che entrano solo dai grandi stilisti e i russi, felicissimi di andare a fatturare i capi tax free, i nuovi padroni del lusso, gli unici davvero pronti a lasciarsi andare a spese pazzerelle. Questo è. Ho visto anche degnissimi esercizi commerciali assoldare delle specie di buttadentro, come quelli delle trattorie turistiche, ragazzini e ragazzine ben addobbate per una riedizione del «venghino siori verghino che lo sconto è grosso!». Cinquanta, quaranta, trenta per cento, non è sinceramente che ci siano viste svendite incredibili, fatto sta che la sensazione era quella di assistere alla processione tentacolare di migliaia e migliaia di persone che non stavano andando a comperare per i saldi ma stavano andando a vedere i saldi, molti in comitiva, come se fosse uno spettacolo gratuito che si snodava per le vie del centro, compresi quei pochi svitati che si sono messi in fila smutandati e con un numero al collo davanti a un famoso brand spagnolo per farsi rivestire aggratis. Sai che chic vedere per strada la pinguedine postnatalizia, e che risate.

E infatti, in tutti i negozi in cui sono entrato, la risposta è stata sempre la stessa: vendiamo di più degli altri giorni, certo, ma nessuno fa a botte per accaparrarsi qualcosa. La crisi, o la sua percezione liquida e diffusa (e aggiungiamoci anche le vendite on-line) hanno fatto a stracci la propensione all'acquisto, a meno che sulle insegne non ci sia scritto outlet, il passe-partout che ha sciolto assieme alla pioggia la ritrosia a spendere. Non a caso ieri si sentivano più accenti campani e pugliesi che romani a zonzo per la Capitale, perché gli unici posti davvero presi d'assalto sono stati gli outlet e i centri commerciali: lì, nei non-luoghi che distribuiscono griffe un tanto al chilo, gli italiani hanno comprato in saldo capi già scontati dell'anno prima. Come dire: vestirsi alla moda con un paio d'anni di ritardo.

Ma siamo contenti così, nell'inverno del nostro consumismo, nella passeggiata nuda di verve in cui dobbiamo comperare qualche regalo di natale posticipato (primi in classifica: «Gliel'ho promesso, glielo compro scontato») o troviamo la scusa migliore per tornare a casa a mani vuote: «Vabbé, ma non ho trovato nulla che mi piacesse». Questo passa, l'Italia vanitosa e squattrinata che si fa le foto-ricordo col cingalese che vende gli ombrellini o sul ponte Regina Margherita con al massimo un paio di pacchetti per famiglia, «e tutta roba utile» ci tiene a spiegarmi una coppia di Bari. Le nuvole sono basse e gonfie, cade qualche goccia, si riempiono i bar, i pochi portici, i negozi restano semivuoti, ci sono più telecamere e giornalisti in giro a chiedere se e cosa comprano gli italiani di qualcuno disposto a rispondergli educatamente. A Santa Maria dei Miracoli una signora entra in chiesa con una scodellina piena di lenticchie: «Ecco, se me la trasformano in euro vado pur'io a compramme qualcosa».