Il playboy che s'è convertito per vincere una scommessa

Liborio Coaccioli lavora all'Avvocatura dello Stato. Ha avutoun centinaio di fidanzate, giocava al casinò: ora è teologo e scrive libri "con prove schiaccinati per la fede". La svolta dopo una visita a Medjugorje: "La mia vita è cambiata: prego sette volte al giorno, digiuno a pane e acqua"

Era un libertino. Corregge: «Meglio playboy». È diventato un teologo. Non s'è mai sposato, ma ha avuto almeno un centinaio di fidanzate: «Quella che è durata di più? La stronza. A volte la chiamavo simpaticamente così, un nomignolo accettato. Siamo stati insieme sette anni». Coltiva ancora l'aspetto da gagà: giacca doppiopetto nera di Gucci, Church in tinta, pantaloni sartoriali color panna, camicia celeste («bianca solo dopo le 18»), cravatta di Mila Schön, pochette rossa, orologio Vacheron e Constantin ultrapiatto in oro bianco. Il fisico resta atletico anche adesso che va per i 55 anni: 72 chili di peso per un metro e 81 di statura, abbronzatura caraibica. Ha praticato, o pratica, nuoto, sci, alpinismo, calcio («sono stato anche arbitro»).

Liborio Coaccioli, avvocato dello Stato, oggi dice d'essere soltanto un «prayboy», dal verbo inglese pregare. In effetti si esercita sette volte al giorno, oltre a digiunare a pane e acqua il mercoledì e il venerdì: «Preghiere del mattino. Angelus a mezzogiorno. Coroncina della Divina Misericordia alle 15. Preghiere della sera. Compieta al momento di coricarmi. Due rosari, diluiti nelle pause dall'alba al tramonto». E I misteri del rosario è il titolo del libro che ha appena pubblicato con Verdechiaro Edizioni. In precedenza aveva scritto Le geometrie di Dio, un commento al Padre nostro.

Si presenta all'hotel Fini, uscita di Modena Sud della A1, su una Bmw. È reduce da un ping-pong autostradale di sei ore: da Reggio Emilia, dove ha presentato la sua fatica letteraria, a Como, per comprare 50 cravatte nel setificio di fiducia («un po' per me e un po' da regalare agli amici, però Bruno Cagli, presidente dell'Accademia Santa Cecilia di Roma, mi batte: ne indossa una diversa per ciascun giorno dell'anno»); da Como a Modena; dopo l'intervista proseguirà per Ancona. Totale: 700 e rotti chilometri.
Sul parabrezza dell'auto, accanto al bollo di circolazione, espone la vetrofania della Madonna di Medjugorje, con una frase che la Vergine avrebbe detto ai sei veggenti: «Se sapeste quanto vi amo, piangereste di gioia». È là, nello sperduto villaggio della Bosnia Erzegovina, che Coaccioli s'è convertito. «Nel 2004, per una scommessa, accettata da buon pokerista. Perché deve sapere che io frequentavo regolarmente i casinò di Venezia, Sanremo, Saint-Vincent, Campione d'Italia, Montecarlo, Cannes, ed ero anche piuttosto fortunato: l'unica volta che tra chemin-de-fer e roulette ho lasciato sul tavolo verde una milionata, parlo in lire, me la sono subito ripresa con gli interessi». Questa scommessa no, l'ha persa. L'aveva fatta con una fisioterapista, arcisicura che la Vergine apparisse a Vicka, Mirijana, Marija, Ivan, Ivanka e Jakov e desiderosa di offrirne le prove allo scetticissimo avvocato dello Stato. Lui la bloccò con una domanda a bruciapelo: «Ma lei l'ha mai vista la Madonna?». Al che la donna gli rispose con l'esortazione che Filippo rivolge a Natanaèle nel Vangelo di Giovanni: «Vieni e vedi». «Era giugno. A ottobre andai, e la mia vita non fu più la stessa».

Nel 2009, sempre di giugno, durante una delle sue tre visite annuali a Medjugorje che continuano tuttora, Coaccioli non vide la Madonna ma ebbe perlomeno la conferma che ascoltava le sue preghiere. «Le chiesi tre grazie: che mia madre morisse nel suo letto, che non soffrisse, che io fossi presente al momento del trapasso. Il successivo 6 agosto ero in ferie in Val Badia. Mi stavo rosolando al sole, quand'ecco una farfalla nera comincia a girarmi intorno. Si posa sul piede, sul ginocchio, sul braccio. Non mi dava tregua. “Le farfalle nere rappresentano le anime dei morti”, commenta uno degli amici in vacanza con me. Di notte mi appare in sogno il numero di cellulare di mia madre, 88 anni, e sento la sua voce: “Allora, che fai?”. Parto subito per Terni e arrivo in tempo per recitare il rosario al suo capezzale. Mezz'ora dopo mi ha sorriso un'ultima volta ed è spirata».
A Terni il padre Aldo, morto nel 1982, era stato commerciante di giocattoli. Come lui, e come il nonno e il bisnonno, Liborio Coaccioli per un breve periodo ha fatto lo stesso mestiere prima di laurearsi in giurisprudenza con 110 e lode. Nel 1983, a soli 25 anni, ha vinto il concorso di ammissione nell'Avvocatura dello Stato. Selezione durissima: 9 candidati su 10 respinti. «Prima sede Venezia, piazza San Marco, Procuratie nuove. Sopra il caffè Florian», il dettaglio del gaudente non manca mai.

Vogliamo ricordare a che serve l'Avvocatura dello Stato?
«Fornisce patrocinio obbligatorio e consulenza giuridica al governo, ai ministeri, alle authority, agli enti pubblici, alle forze dell'ordine. Il nostro compito è difendere in giudizio lo Stato. Anche le Regioni, se ce lo chiedono. Infatti in questo momento sono parte civile per la Regione Lazio in un processo contro la 'ndrangheta. I miei clienti preferiti sono poliziotti, carabinieri e finanzieri. Spesso tutelo quelli caduti in servizio».

L'Avvocatura soffre delle stesse disfunzioni della giustizia italiana?
«No davvero. Anzi, è un'isola felice».

Gli avvocati dello Stato che sbagliano pagano oppure paga lo Stato?
«No, no. Pagano. Tant'è che mi sono assicurato con i Lloyd's di Londra».

Come si diventa avvocato generale dello Stato?
«Si viene nominati dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri, che nel 99 per cento dei casi pesca all'interno dell'Avvocatura».

Quindi è un potenziale candidato?
«Non credo proprio. Il candidato ideale di solito è vicino ai 70 anni. E poi nella sola sede di Roma, dove lavoro io, siamo in 140. Ci occupiamo di cause presso Cassazione, Corte costituzionale, Consiglio di Stato, Corte di giustizia della Ue».

Non è in carriera.
«Non la disdegno. Ma coltivo molti altri interessi. Ho l'orecchio assoluto, quello che identifica una nota avendola ascoltata una sola volta. Nel 2002 partecipai alla selezione per la nomina a sovrintendente del teatro Carlo Felice di Genova. Se esistesse la reincarnazione, sarei direttore d'orchestra. Ho anche scritto una pièce, Così fan tutti, contro la prassi di procrastinare il matrimonio».

Da che pulpito.
«Ho una certa vis apologetica. Per esempio mi stanno sullo stomaco gli sprechi delle Regioni e detesto l'Unione europea, che nel quinquennio 2007-2013 ha preteso dall'Italia la bellezza di 112 miliardi per poi restituircene appena 66. Siamo il terzo Paese più spremuto dopo Germania e Francia. La Ue e l'euro sono diventati i nostri nemici».

Perché fa l'avvocato dello Stato anziché l'avvocato tout court?
«Perché ho senso dello Stato e fede nei valori risorgimentali dell'Italia unita, “una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor”, come scrisse Alessandro Manzoni nell'ode Marzo 1821. E perché non sopporto l'ipocrisia che ogni legale deve dispiegare nella difesa a oltranza dell'imputato».

Ha avuto un'educazione religiosa?
«Sì, però non ho mai fatto il chierichetto. Ero un cristiano della domenica. Dal 2004 vado a messa tutti i giorni».

Mi racconti di questa conversione.
«Sabrina, la mia fidanzata dell'epoca, insistette per farmi sciare fuori pista in Val Senales. M'impiantai nella neve. Frattura del menisco, legamenti danneggiati. Dopo mesi di dolore postoperatorio, mi rivolsi a una riflessologa plantare di Pesaro. Tre sedute da 20 euro l'una ed ero guarito. Mentre armeggiava sul mio ginocchio, la sentivo parlare in vivavoce al telefono di Medjugorje. Scoprii così che organizzava viaggi verso il santuario mariano. Per scommessa, quattro mesi dopo andai con lei. E scoprii che il vero pellegrinaggio non è quello».

E qual è?
«A Medjugorje la presenza della Madonna è palpabile, là appare tutto bello e candido, ma è un po' come trovarsi nel Truman show. Il vero pellegrinaggio comincia appena sbarcati ad Ancona, provenienti dal porto di Spalato: il collega molesto, la cartella di Equitalia, l'automobilista che non ti dà la precedenza...».

Di che tratta I misteri del rosario?
«Di fede. Vi ho riversato la mia abilità forense per convincere il maggior numero di persone con prove schiaccianti. Un'arringa che parte dal primo miracolo eucaristico, quello di Lanciano, dove nell'anno 750 un prete dubitò della reale presenza di Cristo nell'ostia che stava consacrando durante la messa. Subito la particola e il vino si trasformarono in carne e sangue, tuttora custoditi nella basilica di San Francesco. I cinque grumi, conservati in parti diseguali, tanto pesano divisi quanto riuniti tutti insieme. Negli anni Settanta le reliquie furono sottoposte a uno studio anatomo-istologico e l'Oms giudicò inspiegabile il referto finale: il sangue è umano, gruppo AB; la carne è tessuto muscolare striato del miocardio, in pratica un pezzo di cuore, anche questo umano, che a distanza di 12 secoli, se sollecitato, ha tutte le reazioni cliniche degli esseri viventi».

Nel libro si prefigge di rispondere a domande cruciali. Ne cito alcune. Perché Gesù nacque a Betlemme?
«Perché in arabo il toponimo significa casa della carne e in ebraico casa del pane. Non disse di sé: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”?».

Perché l'aborto è un crimine?
«Perché priva un uomo della possibilità di compiere il percorso che lo conduce alla vita eterna».

L'inferno esiste?
«Accipicchia se esiste! Ed è eterno, purtroppo per noi».

Ci sono peccati che non possono essere perdonati?
«Uno solo: la bestemmia contro lo Spirito Santo. “A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro”. Matteo 12, 31».

Che cosa c'è oltre la morte?
«I quattro novissimi, cioè le cose ultime, le realtà definitive: morte, giudizio, inferno, paradiso. Un istante dopo la morte, vi è il giudizio particolare. Alla fine dei tempi verrà il giudizio universale, che non è un processo d'appello, ma solo la conferma di condanne e assoluzioni».

Qualcuno ha visto ed è tornato?
«Gloria Polo. È una dentista colombiana. L'8 maggio 1995 fu colpita da un fulmine nel giardino dell'Università nazionale di Bogotá, dove con un nipote di 23 anni si preparava alla specializzazione. Il ragazzo rimase ucciso. A lei la saetta bruciò tutto il corpo, fuori e dentro. Non aveva più i seni; sparita la carne del ventre e delle gambe; fegato, reni e polmoni completamente carbonizzati. Veicolata da un dispositivo contraccettivo in rame, che è un buon conduttore di elettricità, la folgore le bruciò anche le ovaie. Mentre era in arresto cardiaco, Gloria entrò in un tunnel di luce bianchissima. Era pervasa da un senso di pace indescrivibile. “Vedevo le persone della mia vita, tutte nello stesso momento, vive e morte”, ha raccontato. “Ho abbracciato i miei bisnonni, i miei nonni e i miei genitori, che erano già morti. Potevo abbracciare anche i vivi, solo che questi non se ne accorgevano”. Dopo averle mostrato l'intera sua vita di peccatrice, Gesù, vedendola sinceramente pentita, le disse: “Tu ritornerai per dare la tua testimonianza; la ripeterai non mille volte, ma mille per mille. Guai a colui che ascoltandoti non cambierà vita”. In quello stesso momento il sangue riprese a circolare nelle gambe annerite, che i medici stavano per amputarle. Col tempo le sono ricresciuti i seni e le ovaie, tanto che è rimasta incinta e ha potuto allattare la figlia. Adesso gira il mondo per raccontare questa esperienza».

All'Avvocatura dello Stato come hanno preso questa svolta mistica?
«Bah, forse non se ne sono manco accorti. Eppure Palazzo Sant'Agostino, la nostra sede tra piazza Navona e Montecitorio, fa corpo unico con la basilica. È come se lavorassimo in chiesa. Il mio ufficio si trova in una delle celle che erano occupate dai frati agostiniani prima delle persecuzioni risorgimentali. Il giorno degli esami andai in bagno a raccomandarmi al santo di Ippona».

Quando incontrava una bella ragazza, prima che cosa faceva?
«La guardavo e le mandavo un mazzo di rose. Sempre in numero dispari, per richiamare l'idea del completamento. Bianche se volevo comunicare simpatia, rosse in caso di passione travolgente. A volte azzurre o gialle, a seconda del gusto personale».

E oggi?
«Continuo a mandargliele».

Non mi riferivo ai fiori.
«Ah, lei vuol sapere che cosa faccio alle donne? Quello un vero gentleman non lo dirà mai».
(652. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Commenti

franco@Trier -DE

Dom, 09/06/2013 - 14:02

si lo dice ora che non gli si addrizza più...

Peppone1969

Lun, 10/06/2013 - 13:46

importante ....importante...se non ti cambia la vita questa notizia!!! Ma chi è questo?? era così importante da mettere pure la foto? Ha avuto centinaia di fidanzate? e kki se ne frega! Si è convertito? e KKi se ne frega!! Ma andiamo, l'Italia va a Rotoli... intervistate qualcuno che possa dare un pensiero intelligente e istruttivo....

battintesta

Lun, 10/06/2013 - 15:20

A Trier: perché a 46 anni (siamo nel 2004) dovrebbe succedere quello che con tono di scherno lei asserisce, nonostante i ritrovati farmacologici attuali? Ha avuto forse delle frequentazioni intime con costui? E' così inimmaginabile che una persona trovi in Dio una risposta appagante che dia un VERO senso alla vita?

battintesta

Mar, 11/06/2013 - 01:43

Egregio Peppone, secondo lei questo avvocato non sarebbe degno di un'intervista da parte del nostro Lorenzetto? Non mi sembra peggio di tante vicende di gossip che vengono invece divulgate e seguite dal popolino, né mi sembra un pensiero scarsamente intelligente né una testimonianza poco istruttiva....ma tant'è, con riferimento al peggior sordo che non vuol sentire, è come regalare una cravatta ad un maiale!