Il prezzo della crisi: 1.200 euro all’anno

Per l’economia italiana, un aumento del 20% del prezzo del petrolio significa una minor crescita di mezzo punto percentuale in tre anni. Il governatore di Bankitalia Mario Draghi, analizza il possibile impatto del caro-greggio sulla nostra economia. E se per ora gli approvvigionamenti dal Nordafrica possono essere sostituiti da altri Paesi fornitori, «le drammatiche vicende a cui stiamo assistendo - dice - potrebbero indebolire gli investimenti dell’industria petrolifera in quell’area, e far rincarare l’energia, con ripercussioni sulla crescita mondiale».
Nell’ultima settimana i prezzi petroliferi sono rincarati mediamente del 14%, con un picco di 119 dollari al barile per il Brent del mare del Nord, e di oltre 100 dollari per il Wti americano. Le quotazioni sono scese sotto i massimi soltanto all’annuncio di un aumento della produzione da parte dell’Arabia Saudita. Tuttavia, alcuni analisti (come la Nomura) ritengono che se si dovessero fermare del tutto le esportazioni nordafricane, i prezzi porebbero salire fino a 220 dollari al barile. E c’è l’incognta dell’impatto sui mercati dello stop alla produzione della maggiore raffineria dell’Irak, a causa di un attentato.
I banchieri centrali come Draghi temono l’impatto dei prezzi energetici sull’inflazione, che in Europa ha abbondantemente superato il 2%, cioè il punto di riferimento della Bce. «L’inflazione di fondo rimane contenuta - osserva Draghi - ma l’emergere di tensioni richiede di valutarei tempi e le modalità di una normalizzazione dei tassi d’interesse», oggi ai minimi storici. Giovedì si tiene a Francoforte un atteso Consiglio della Banca centale europea, dove i «falchi» potrebbero forzare per un aumento dei tassi. Un evento che però, secondo il governatore di Bankitalia, «non pregiudicherà necessariamente la crescita», neppure nei Paesi più deboli di Eurolandia.
In Italia, la Confcommercio sottolinea che le tensioni in atto sul petrolio e altre materie prime, come gli alimentari, potrebbero determinare una crescita «prossima e repentina» dei prezzi al consumo. Ipotizzando un aumento del 5% rispetto ai livelli alle quotazioni di gennaio, e una cerscita del 2% delle altre materie prime, le conseguenze sui beni a larga diffusione sarebbero: + 2% per pane, cereali e settore lattiero-caseario; + 2,1% nel complesso degli alimentari; +0,7% per il complesso dei beni al consumo. Nel giro di un anno gli aumenti sarebbero ben più elevati. Secondo le associazioni dei consumatori, la crisi costerà alla famiglia italiana 1.200 euro all’anno, soprattutto per benzina, riscaldamento e bollette di gas ed elettricità.