Il protogrillino che si dimise contro i vitalizi

Nel '55 Endrich (Msi) lasciò la Camera per protesta: è il pioniere della lotta anti casta

Roma - L'onda del risentimento anti Casta si alza sempre più alta. L'indignazione contro gli sprechi si sedimenta nell'immaginario. E i paladini della lotta al privilegio si moltiplicano alla ricerca del consenso. In questa tumultuosa temperie politica c'è una vicenda umana che non viene ricordata a sufficienza: quella di Enrico Endrich e del suo «gran rifiuto». Una pagina di storia parlamentare che i lettori del Giornale, in questi giorni di indigestione grillina, a colpi di telefonate e fax (il teramano Maurizio Caruso ha anche inviato una lettera a Giorgio Napolitano) hanno chiesto di rievocare.
Enrico Endrich fu un grande avvocato penalista sardo, podestà di Cagliari dal 1928 al 1934 e critico d'arte. Nel 1953 venne eletto alla Camera per il Movimento sociale italiano. Quando l'aula approvò l'introduzione dell'assegno vitalizio, decise che quell'istituto semplicemente non faceva per lui. Prese carta e penna e scrisse al presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi: «Onorevole presidente, il concedere la pensione a senatori e deputati equivale ad affermare il principio della professionalità della funzione parlamentare. Poiché non mi sento di accettare tale principio, rassegno le dimissioni».
La Camera respinse la richiesta, confidando nelle classiche «dimissioni con l'elastico». «Alcuni parlamentari» racconta la nipote Enrica al Giornale, «se le presero a male e lo rimproverarono perché con quel gesto avrebbe messo gli altri in cattiva luce. Ma lui era persona di principi e decise di mantenere fede a quell'impegno». Così, appreso del voto contrario, riscrisse a Gronchi: «Apprendo dai giornali che la Camera ha respinto le mie dimissioni. Ringrazio ma devo insistere perché vengano accettate. Ossequi». Alla fine nel 1955 la Camera fu costretta a cedere.
Il quotidiano Italia Oggi alcuni anni fa pubblicò una lettera della figlia di Endrich (morto nel 1985) che raccontava il secondo tempo della sua vita politica, a quasi venti anni di distanza dal gran rifiuto. «Nel '72 in Sardegna l'Msi aveva la possibilità di far eleggere qualcuno solo candidando mio padre» spiegò Anna (sposata con Gianfranco Anedda, ex capogruppo di An, sottosegretario e membro laico del Csm). «Quindi io e i miei familiari insistemmo nell'interesse del partito». Endrich accettò e venne eletto, sedendo sui banchi con Antonino La Russa (morto nel 2004, ndr), padre di Ignazio. Che oggi ricorda così quella generazione. «Erano uomini che certo non facevano politica per interesse. Endrich era un signore, un galantuomo. È stato in Parlamento con mio padre che ogni mese spendeva il doppio di quello che guadagnava per finanziare le sedi del partito in Sicilia.
La «linea» di Endrich sul vitalizio, però, restò granitica e non volle saperne di riscuotere quei soldi. «Ricordo - conclude la figlia - che dopo il suo decesso ricevetti una telefonata di una funzionaria del Senato che mi chiedeva dove inviare gli arretrati della pensione di reversibilità per mia madre, da sempre giacenti». I familiari, allora, inviarono una lettera all'amministrazione per comunicare che non li avrebbero riscossi in ossequio alla volontà del padre. Quella testardaggine Endrich, peraltro, non la mise in campo soltanto verso i privilegi della politica ma anche nella sua professione. «Aveva un concetto forte della rinuncia per l'affermazione di un ideale - racconta Enrica - così, quando venne nominato un presidente di Corte d'Assise che a suo dire non rispettava i diritti della difesa, decise di mollare la toga e non accettare processi in quella sede. Tornò soltanto quando quel presidente fu sostituito». La nipote, in questi giorni, ha ultimato le ricerche su una vicenda dai contorni inediti e dal respiro attualissimo e sta lavorando a una sceneggiatura. Il suo sogno è trovare un produttore coraggioso disposto a investire in un film che racconti «in una terra poco frequentata dal cinema come la nostra Sardegna, la storia di una generazione di politici capace di incarnare ideali e trasmettere principi di onestà ai giovani». Politici che potrebbero tranquillamente entrare nella trincea vagamente giacobina degli appellativi grillini e fregiarsi a testa alta del titolo di «onorevole».