La provocazione

Il vicepresidente della Regione Lombardia Andrea Gibelli ha presentato alla Camera una proposta di legge per regolamentare l'installazione di moschee in Italia, che prevede «il principio sacro del referendum come lasciapassare popolare all'autorizzazione del culto islamico». In Regione c'è invece il progetto, di più rapida attuazione, di inserire alcuni vincoli di carattere urbanistico (una distanza minima da altri luoghi di culto) e normativo (la cosiddetta «tracciabilità del fedele», e cioè la chiarezza dei finanziamenti per le nuove costruzioni).
Le iniziative nascono da un malessere vero e dal concretissimo problema di impedire la proliferazione di minareti e di luoghi di preghiera lungo la penisola, che si acutizza ogni anno in occasione del Ramadan. Preoccupazioni cui si aggiunge quella, davvero sentita e giustificata, che questi posti si trasformino in covi di eversione e di terrorismo.
Le norme proposte cozzano però con una serie di principi. La tracciabilità dei finanziamenti potrebbe essere in conflitto con il segreto bancario. La richiesta di una distanza minima (si è parlato di un chilometro) da ogni luogo di culto esistente renderebbe possibile l'inserimento di moschee solo in mezzo al mare giacché potrebbero essere considerati elementi religiosi anche santelle, cappelle, croci stazionali ed edicole devozionali. Il che ci salverebbe dai minareti ma impedirebbe la costruzione di edifici di qualsiasi altro culto religioso.
L'istituto del referendum popolare poi funziona in Svizzera e nei paesi davvero liberi e federali dove ogni decisione che abbia rilevanza comunitaria viene sottoposta alla volontà popolare e dove la democrazia diretta è prassi corrente: anche lì però lo scorso novembre i cittadini hanno approvato una proposta di riforma costituzionale in materia di rapporti fra Stato e religioni, e non si sono espressi sugli specifici inserimenti di moschee nel paese.
Fare votare la gente sui singoli casi potrebbe sembrare una espressione alta di democrazia, ma in realtà introdurrebbe un principio pericoloso: in nessun caso la maggioranza dei cittadini può negare a una minoranza, per quanto piccola, di godere di diritti costituzionali. Si potrebbe al più sottoporre a referendum la qualità fisica del manufatto, ma la cosa dovrebbe valere per tutti e quasi tutte le chiese moderne rischierebbero di affrontare il duro (ma giusto) destino della ruspa.
L'intero pacchetto di iniziative pare perciò un po’ raffazzonato e molto pre-elettorale, sembra una toppa pastrugnata che copre la volontà di risolvere radicalmente e seriamente il problema dell'invasione islamica.
Se si ritiene che le comunità musulmane rappresentino un pericolo per la stabilità delle nostre istituzioni, per la nostra sicurezza e cultura, le si deve affrontare per quel che sono, non limitarsi a infastidirle con iniziative che rischiano di indebolire i principi stessi del nostro vivere comune. Se si ritiene che l'Islam contenga elementi che sono contrari alle nostre leggi, ci sono tutte le pezze giustificative per impedirne la diffusione e l'esistenza stessa sul nostro territorio, proprio come si impedisce «la ricostruzione del disciolto partito fascista» o l'organizzazione di quello nazista. Essendo però questa strada poco praticabile nel contesto delle relazioni internazionali (proprio come nessuno aveva proibito la formazione di partiti nazional-socialisti prima del 1939), si intraprenda quella del tutto legittima di controllare in maniera severa l'immigrazione. Visto che l'ingresso in Italia non rientra nei Diritti universali dell'uomo sanciti dai più alti consessi internazionali, si mettano regole precise sui requisiti: assieme al buono stato di salute, alla fedina penale pulita, a un lavoro e a una casa (tutte cose già previste dalla legge, ma poco praticate), si aggiunga la condizione di essere cristiani, e cioè più facilmente assimilabili. Si perderebbe l'opportunità di fare entrare buddisti e induisti che non hanno mai fatto del male a nessuno, ma sarebbe il prezzo da pagare per non dichiarare esplicitamente indesiderati solo i musulmani.
Il problema sarebbe risolto alla radice, con più chiarezza e meno ipocrisia.
Quasi tutti gli islamici sono stranieri: il problema dei minareti smetterebbe di essere tale. I pochi italiani che si sono convertiti all'Islam o che - come si diceva un tempo - si «sono fatti turchi», sarebbero liberi di costruirsi le loro moschee a condizione di rispettare le norme urbanistiche e le leggi che regolano l'emissione di decibel e che impediscono il disturbo della quiete pubblica. Così, finalmente, non ne sentiremmo più parlare.