Le inversioni a U di Matteo in 12 mesi di accelerazioni: "Faccio il sindaco, anzi no"

Dalle primarie alle ambizioni da premier, tutte le giravolte dello spauracchio del Pd

Ha detto che i dipendenti comunali sono dei Fantozzi, che il consiglio comunale è inutile (infatti diserta oltre il 50% delle sedute), che il Maggio musicale è uno stipendificio. Vuole i negozi aperti il 1° maggio, ha svenduto l'azienda di trasporto urbano Ataf a Fs, ha introdotto al volo la tassa di soggiorno (che frutta al Comune 22 milioni all'anno) e ha riempito Firenze di fioriere e vasoni di cotto, pavimentazioni chic, piazze e strade pedonalizzate. Inaugurazioni, foto, discorsi. Ma dopo 4 anni dalla elezione di Matteo Renzi a sindaco di Firenze, le opere che contano sono ancora tutte ferme al palo (la seconda linea della tramvia non è mai partita) e diverse zone del centro storico sono in mano a venditori abusivi, rom e clochard.
La coerenza non è una delle materie preferite dal piacione fiorentino. Basta scorrere le cronache locali e nazionali dell'ultimo anno per accorgersi della sfilza di inversioni ad U da ritiro immediato della patente di cui è stato capace. Si parte dal tormentone del Renzi-pensiero: «Fare il sindaco di Firenze è il lavoro più bello del mondo». Frase ripetuta come un mantra, ancora di più da quando ha cominciato a manifestare i suoi desideri di andarsene. Dopo aver fatto credere di trovarsi comodo sulla poltrona di Palazzo Vecchio (sembra piacergli di più quella di Palazzo Chigi), 13 mesi fa, in vista delle Politiche, Renzi lancia la sfida al povero Pier Luigi Bersani. Ma lo Statuto del Pd non prevede primarie per la scelta del candidato premier: è il segretario del partito il naturale aspirante alla carica di presidente del Consiglio. Renzi non ci sta e comincia a sbattere i piedi per terra.
Il 14 maggio 2012, su Facebook scrive: «Pare che le primarie del Pd per la scelta del leader non si possano fare per colpa di una norma dello Statuto. Sarà mica lo stesso Statuto che impedisce di fare più di tre mandati ai parlamentari? Occhio perché chi di Statuto ferisce...». Com'è andata si sa.
Intanto arriva Enrico Letta al governo, con qualche renziano all'interno, ma senza Renzi, che fa pesare in continuazione la sua coerenza. Però condizionata. Il 6 marzo 2013 il suo portavoce in Comune, Marco Agnoletti, afferma: «Renzi ha già detto in più occasioni che intende ricandidarsi a sindaco di Firenze nel 2014. E lo farà». Come come? Il 31 marzo 2013, intervistato da La Nazione lo stesso Renzi dice: «Ho mantenuto la parola. Resto a fare il sindaco. Me ne andrei solo per fare il premier». Ah ecco, già meglio.
È primavera: variabile il tempo, così come le idee del sindaco. Il 27 aprile 2013, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, Renzi nega di ambire al ruolo di segretario del Pd: «No, non voglio fare il segretario, non sono la persona adatta». Convinzione ribadita il 20 maggio a Porta a Porta.
Premier sì, segretario del Pd no. E lo Statuto? Qualcuno gli rammenta quanto accaduto un anno prima, e Renzi cambia direzione e comincia a puntare al vertice del Partito democratico. Ma la strada è piena di buche, e il 19 giugno l'uomo che ha la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo dichiara ad Agorà che «se vogliono fare le regole loro (“loro” sarebbero i vertici del suo partito, ndr) io resto a Firenze». Come ripiego, insomma.
Ecco l'attore Renzi sul palcoscenico della politica italiana. Due giorni dopo arriva l'ufficialità sul Foglio: Renzi «è pronto a fare il segretario». Una segreteria che andrebbe dal 2013 al 2017: se il governo in carica resisterà, le prossime Politiche si terranno nel 2018. A meno che Renzi non voglia far inciampare il fratellino Letta.
E barcollando arriviamo a pochi giorni fa, quando, in un'intervista ad uno dei principali quotidiani tedeschi, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, Renzi si smentisce ancora: «Il vincitore delle primarie aperte dovrebbe essere il candidato a guidare il governo». E allora?
Tra pochi giorni piazza Santa Croce ospiterà l'appuntamento con Roberto Benigni e le letture della Divina Commedia. Tra i canti decantati anche il XVII dell'Inferno, quello della contradizion che nol consente. Non è ammesso dire una cosa e farne una opposta, sostiene il Sommo poeta. Guarda un po', quando si dice le coincidenze.