Quanti disoccupati se finisce l’antiberlusconismo

Dopo l’appello di Enrico Letta (Pd) ad abbandonare la guerra al Cavaliere, si apre il dibattito: c’è spazio per un’opposizione senza attacchi personali? Milioni di libri venduti, incassi record ai botteghini, carriere politiche fulminanti: ecco chi ha fatto fortuna parlando male del premier<br />

Roma - Ve la ricordate la battuta di Giulio Andreotti quando «Il Divo», il film più ferocemente anti andreottiano della storia repubblicana, vinse il premio a Cannes? Lui, il senatore a vita, che pure si era arrabbiato per la pellicola quando l’aveva visionata con un giornalista di La Repubblica, consegnò ai cronisti un meraviglioso calembour, a metà fra la sportività e la malizia: «A questo punto, mi piacerebbe perlomeno partecipare agli incassi». Veramente divino.

Ieri, leggendo l’invito dell’onorevole Enrico Letta che chiedeva alla sinistra di abbandonare l’antiberlusconismo, il pensiero andava a quali volumi muove nell’Italia di oggi la scienza di chi si oppone al Cavaliere. Roba da far impallidire il dibattito suscitato dal film di Paolo Sorrentino, un corto circuito di incassi e carriere. Ecco, una delle prime conseguenze, se questo appello venisse accettato, sarebbe che molte persone resterebbero prive di occupazione. Perché se è vero che dal 1994 a oggi è diventato difficile immaginare un’Italia senza Berlusconi, è ancora più arduo ipotizzare un’Italia senza antiberlusconismo.

Così, il primo paradosso di chi grida al Regime e sostiene che siamo in un Paese in cui viene meno la libertà di espressione, con l’avvicinamento rapido a stereotipi orwelliani e totalitari, è che l’antiberlusconismo è uno dei movimenti culturali più floridi della politica italiana. Marco Travaglio, scrivendo di questo, ha venduto più di due milioni di libri, fino all’ultimo best seller sfornato quest’estate per Chiare lettere – «Il bavaglio» – anche ieri in testa alle classifiche della saggistica. Il maestro Apicella, il cantore del premier, per dire, ha venduto «solo» poche decine di migliaia di copie.Ed ècuriosa,anche,l’evoluzione di questo fenomeno editoriale: fra i cinquemila e passa titoli che contengono il nome del presidente del Consiglio, si contano sulla punta delle dita quelli che possono essere considerati ortodossi o «berlusconiani »(uno è senza dubbio la compilation degli insulti al Cavaliere, pubblicato da Luca D’Alessandro per Mondadori, «Berlusconi ti odio»), mentre la stragrande maggioranza sono saggi «contro».

Se è vero che Travaglio durante gli anni del governo ulivista aveva dimostrato di esercitare la propria penna caustica anche contro il governo di centrosinistra (vedi il successo di «Inciucio»), ci sono molti che se venisse applicata la «dottrina Letta», perderebbero una ragione di vita. Non sappiamo, per esempio, che fine farebbe il blog di Pietro Ricca – ve lo ricordate? – quello che gridò «buffone» a Berlusconi, a Milano. Che poi davanti ai giudici si difese sostenendo di aver detto «puffone» (meraviglioso), e che oggi passa le giornate a rispondere ai fan. Ricca è diventato un piccolo profeta dell’antiberlusconismo, racconta ai propri lettori di aver fatto salti mortali per una comparsata da Santoro e prepara anche lui un possibile best seller per l’autunno.

Così come l’Unità, dopo aver pubblicato l’opera omnia di Travaglio sul leader azzurro nella collana «Chi ha paura di Marco Travaglio?», ora si prepara a mandare in campo l’opera omnia di Furio Colombo (sarà un successo pure questo). I due film più venduti di Sabina Guzzanti (malgrado le ottime recensioni di «Le ragioni dell’aragosta») sono «Reperto Raiot» (quello sul programma censurato da Raitre) e «Viva Zapatero». Il film che ha avuto più successo di Nanni Moretti negli ultimi anni è stato «Il caimano», mentre il regista Berardo Carboni ha pensato di portare sul set persino la morte del premier (lo hanno fatto anche tre romanzi!) in «Shooting Silvio». In edicola Enrico Deaglio ha rivitalizzato le vendite delsuo «Il Diario» con ben due dvd sui presunti brogli elettorali del centrodestra( un successoeconomico anche quello, a parte le querele di Beppe Pisanu).

L’antiberlusconismo – insomma - è stato un viatico al botteghino e alla classifica, ma anche un additivo per le carriere politiche. Al punto che Beppe Giulietti, l’ex sindacalista Rai esperto di questioni mediatiche, è stato eletto nelle liste dipietriste dopo essere stato scaricato da quelle del Partito democratico (!). E lo stesso è accaduto con Pancho Pardi, uno «miracolato» dalla storica manifestazione di piazza Navona. Prima era solo un professore universitario con simpatie a sinistra, poi ha fallito la corsa a Strasburgo, oggi è stato eletto parlamentare anche lui nelle liste di Pietro, con una carriera sostanzialmente legata a quella sua performance anti- Cavaliere.

Tutti i cosiddetti professori «girotondini», da Pardia Paul Ginzborg, conobbero una stagione di popolarità dopo la contestazione ai leader dell’Ulivo, e persino Paolo Flores D’Arcais, intellettuale apocalittico della sinistra italiana, riesce ad alzare le tirature iniziatiche del suo Micromega quando documenta le fasi della protesta. Non c’è dubbio che a Silvio Berlusconituttiquestisuccessi inducano sentimenti meno ironici di quelli andreottiani.

Ma non può non stupire la notizia che il più scatenato leader del movimento no-global, Luca Casarini,abbiascelto l’odiata e «berlusconiana» (secondoi detrattori) casa editrice Mondadori per il libro di esordio, un giallo «socialnoir » e «antagonista»: «La parte della fortuna». Perché Andreotti sulla partecipazione agli utili ci scherza. Berlusconi, almeno in questo caso, sia pure solo dal punto di vista proprietario, l’ha realizzata. Ma questo produce un altro paradosso: quello degli scrittori antiberlusconiani pubblicati dalla casa editrice berlusconiana. Casarini si è difeso ammettendo: «Sì, pubblico per il Cavaliere ma paga poco». Difesa friabilissima, tant’è vero che nei siti della sinistra radicale è stato già crocifisso: «Era disobbediente, adesso solo... obbediente ». Insomma, un abbraccio mortale: questo sì che è un colpo da Caimano.