Quegli attacchi di Montanelli ai giudici

Controcorrente. Contro il coro conformista del pensiero dominante. E contro la casta: la corporazione dei giudici. È davvero un Indro Montanelli spiazzante quello che scaglia risposte durissime contro il partito dei pm, la spettacolarizzazione della giustizia e il protagonismo malato della magistratura in un'intervista concessa nel 1985 ad un giovane Giovanni Minoli per Mixer. Altro che Montanelli schierato senza se e senza ma con le toghe: il maestro mena fendenti con chirurgica precisione, fa a pezzi le sentenze, dissacra e combatte con l'antiretorica dei suoi giudizi taglienti la retorica che spesso accompagna i giudici e il loro potere sacrale. «Ho preso una querela da quelli che hanno condannato Muccioli - esordisce frontale che più frontale non si può Montanelli - e penso che ne prenderò ancora perché non posso tollerare la magistratura che c'è oggi in Italia».
I perché sono più di uno. E il grande toscano li elenca con perfida meticolosità. C'è il dramma di Vincenzo Muccioli, il fondatore della comunità di San Patrignano, finito nel mirino dei pm per i metodi spicci utilizzati per recuperare i tossicodipendenti; poi c'è la vicenda del giudice Carlo Palermo, in prima linea contro gli affari sporchi di Cosa Nostra e quindi vittima di un fallito attentato, infine c'è la cronaca quotidiana. È il 5 maggio 1985 ma le frasi sembrano scritte oggi. «Conosco bene Muccioli - insiste il guru del giornalismo italiano - i giudici si sono messi contro la coscienza popolare. Prenderò altre querele, perché non posso tollerare la magistratura che c'è oggi in Italia». E subito il direttore del Giornale serve a Minoli il caso Palermo: «È un uomo coraggioso che ha avuto la fortuna di subire un attentato che l'ha reso un po' martire». Cattivissimo, Indro. Che non perdona: «Palermo è malato di un protagonismo scandaloso. Inventa dei casi e ci si mette a cavallo». È il demone della popolarità.
Altro che difesa strenua e ad oltranza della magistratura, quasi con una mistica devozione. Montanelli fa a pezzi i giudici che sbagliano, quelli che sgomitano per conquistare l'inquadratura di una telecamera, quelli che hanno messo in croce figure di primo piano, anche se controverse. Il Montanelli doc è lontanissimo dal santino caramelloso e ossequioso che ci hanno trasmesso tanti suoi allievi, malati di travaglismo: il quadretto giustizialista è una falsificazione che tradisce le tinte forti, scorrette, urticanti del fondatore del Giornale.
Davvero, si potrebbe considerare Montanelli un precursore di quelle critiche che oggi vengono sempre bollate come inopportune, sguaiate, partigiane. La vulgata del Montanelli schifato dalla destra contemporanea e nostalgico cultore della Destra storica, quella dei Ricasoli, dei Rattazzi e dei Quintino Sella, sarà pure vera, ma certo questa requisitoria di quasi trent'anni fa, appare in rapporto ai tempi e allo stile di allora, pure più ruvida di certe tirate che si ascoltano oggi. «Voglio una magistratura indipendente - spiega il settantaseienne Indro - ma che risponda degli errori fatti, spesso catastrofici, perché i magistrati hanno distrutto persone, hanno distrutto aziende per delle cose che poi si sono rivelate insussistenti e non rispondono mai delle loro colpe. Non pagano mai, io voglio che i magistrati paghino». E nel dirlo punta l'indice. Inesorabile.
Poi, a proposito della giustizia spettacolo, il più illustre giornalista italiano mette i puntini sulle i: «È un incontro fra due colpe, quella dei magistrati e quella dei giornalisti, ma è più grave la colpa dei magistrati che avrebbero dovuto resistere». E invece hanno ceduto alle sirene del consenso e dell'applauso facile.