Il ricercatore: isolato il killer dei neuroni Tra 4 anni un farmaco contro la malattia

La prima avvisaglia è insidiosa: non si sentono più gli odori, ma non è colpa del raffreddore. Poi la mano comincia a tremare, gli arti si irrigidiscono, un braccio può diventare freddo come il ghiaccio. E alla fine i tremori diffusi. Quando il Parkinson irrompe nella vita di una persona il danno è dilagante. La malattia viaggia e le cure non arrestano la degenerazione delle cellule cerebrali. Un po' come succede nell'Alzheimer che non si può curare ma solo tamponare. Ma ora la situazione potrebbe cambiare, almeno per il Parkinson.
Un team del Cnr ha scoperto chi distrugge i neuroni. È una proteina killer che è stata individuata e può essere fermata assieme all'avanzare della malattia neurodegenerativa. In pratica, tempo tre-quattro anni, ci sarà un farmaco sul mercato che rallenterà o addirittura bloccherà l'avanzata del morbo killer. Per il momento l'unica medicina che si somministra ai malati di Parkinson risale a più di cinquant'anni fa. La sua funzione è quella stimolare la produzione di dopamina ai neuroni sopravvissuti ma questo non basta ad interrompere la progressione della malattia e cioè la morte di altri neuroni. Ora siamo di fronte ad una svolta e lo conferma il capo dei ricercatori italiani.
«Abbiamo delle ragionevoli basi per sviluppare un nuovo tipo di strategia terapeutica che possa bloccare o quanto meno rallentare la malattia - ammette Luigi Zecca, direttore dell'Itb-Cnr e coautore dello studio assieme ai colleghi Fabio Zucca e Pierluigi Mauri -. Studi di laboratorio fatti su tessuto cerebrale di soggetti normali e di malati di Parkinson hanno infatti dimostrato che i neuroni umani colpiti selettivamente nella malattia di Parkinson producono una proteina chiamata MHC-I che attacca e uccide il neurone». L'importante traguardo del team italiano è la sintesi di quattro anni di ricerca e di collaborazione tra il gruppo di ricercatori dell'Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche e di quelli della Columbia e Harvard University e dello Sloan-Kettering Institute. Ora lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Communication e i diritti della scoperta sono già coperti da brevetto.