Ma la "Santuzza" resta una star E Palermo diventa il Maracanà

Tra suoni, colori e odori di Santa Rosalia. La patrona "popolare" adorata da tutti più di Padre Pio

nostro inviato a Palermo

«Viva Palermo, viva Santa Rosalia». Un solo grido, un solo allarme. Come allo stadio, ma il Maracanà non un sansiro qualunque, così è Palermo al culmine del Festino di Santa Rosalia numero 389, come gli anni da cui risuona quel grido tradizionale in queste strade scure di pelle e di pietra, colonizzate dall'afa che s'invita puntuale. Tutto in onore della Santuzza, venerata come un padrepio e come Padre Pio adorata già prima della santificazione.
La leggenda detta che Rosalia, giovinetta normanna, si fece eremita sul Monte Pellegrino, pur di sfuggire all'innominato di turno, promessa in sposa a chi aveva salvato il re Ruggiero dall'assalto di un leone. Un leone sul Monte Pellegrino. Perché i palermitani, come dice lo storico locale Gaetano Basile, sono capaci di tutto. Ma, come si addice a un culto popolare, la fama vera esplode da una tragedia, quasi cinque secoli dopo, dalla visione di un Vincenzo Bonelli, saponaio. Rosalia gli appare e prescrive la ricetta per salvare Palermo dalla peste che la devasta e che nessuna preghiera alle ben quattro sante patrone della città ha potuto fermare: bisogna cercare i suoi sacri resti nella grotta in cui visse e portarli in processione. Il vescovo esegue alla disperata, e che ha da perdere. Anzi trova: 27 reliquie nella grotta oggi meta di pellegrinaggio e gremita di ex voto. E il saponaio? Il suo l'ha fatto, tre giorni dopo muore. Ma la processione funziona, la città si salva. E da allora, è il 1624, inizia l'uso della gran festa e di ripetere la processione dell'enorme carro-vascello che con la statua di Rosalia, quest'anno ornato d'oro e corallo, ma anche di orchestra e amplificazione e illuminazione super (unica concessione alla sobrietà, è a risparmio energetico) da cui il sindaco ha lanciato il grido tradizionale. Il carro sosta ai Quattro Canti proprio sotto il naso delle statue di Ninfa, Oliva, Agata e Cristina: la santa popolare che umilia le sante Doc. Perché poco dopo il miracolone la Chiesa si adegua, fa santa Rosalia, quinta patrona di Palermo, unica con un culto così tenace, alla Padre Pio, ma di confronti col santo di Pietrelcina ne riparliamo fra 389 anni, la vediamo chi dura di più.

La festa mischia l'alto e il basso insieme, le poesie in dialetto, i concerti pop e la musica colta, qualche piazza chiusa al traffico e i fuochi d'artificio sul mare, i più lunghi e sonori che vedrete mai. Ma l'anima vera di questo rito dionisiaco, è la preparazione ai «fuochi di gioja». Gente che affluisce da ogni parte verso i Quattro Canti, i ragazzi in motorino che saettano senza casco davanti ai vigili, tra le famiglie rumorose una parla nel linguaggio dei segni e si sente comunque l'accento palermitano. Nel vicolo Brugno un giovane si segna la croce sulla bocca e si complimenta con un vecchio per i paramenti d'argento e i broccati: è l'ultimo vicolo di Palermo che ancora li espone, forse perché la via è proprio sotto l'occhio della statua della Santa, la gente umile che vive nei bassi li tira fuori dalle cassepanche, l'odore di naftalina si mescola al mangiare. Già il cibo, ce n'è in strada a perdita d'occhio, si mangia dall'alba al tramonto. Il fumo di braci e frittura oscura il sole, interiora, pannocchie, «calia e simenza», ceci e semi di zucca tostati, le «panelle» che un venditore, vero homo panormitanus, dispone a centinaia in un fiore d'ingordigia che finirà fritto e avvolto in panini deliziosi. Perché Palermo sovverte le leggi di natura, qui tutto si crea e tutto si distrugge. Chissà se durerà l'ultimo miracolo della Santuzza: al concerto di Jovanotti per la prima volta i minacciosi parcheggiatori abusivi scacciati dalle forze dell'ordine. Il sindaco ci prova e urla: «Viva Palermo, viva Santa Rosalia». La festa è dedicata al futuro, anche se il siciliano non ha né la parola né il tempo verbale. Questa è una sfida per la Santuzza.