La scienza smaschera il segreto delle bugie

Un trio di donne dell'Università Bicocca ha scoperto come riconoscere le bugie. Alice, Maria e Roberta hanno in mano lo strumento scientifico per eliminare le menzogne, migliore anche della macchina della verità usata nei processi in America: possono capire se diciamo la verità rilevando le reazioni del nostro cervello e non solo le variazioni del nostro battito cardiaco o la sudorazione. «La classica macchina della verità – spiega Alice Proverbio, docente del team dell'ateneo milanese – può sbagliare: un innocente sottoposto a interrogatorio potrebbe avere delle alterazioni dei battiti perché è agitato, non perché è colpevole e la novità di questo studio – afferma – è stata proprio la simulazione di una situazione ansiogena». Il trio ha così scoperto che le zone più attive nel costruire balle sono nella parte frontale del cervello, ma non solo: «Attraverso un approccio di studio basato sull'elettrofisiologia cognitiva – conclude Pirovano – siamo in grado di vedere come reagisce il cervello quando riconosce qualcosa di familiare, come se esclamasse 'Aha!', e anche come si comporta quando deve produrre un'informazione falsa». Quando questo ne riconosce una come vera si attiva una determinata zona, ma se la persona decide di mentire si attiva una risposta bioelettrica inconfondibile chiamata N400. È il tentativo di sopprimere la verità che grazie alle tre scienziate ora ha anche un nome tecnico, non più solo bugie e affini. Maria Vanutelli è al suo primo studio, Roberta Adorni invece ha già lavorato con Alice in molte occasioni. Questa volta hanno messo delle speciali cuffie a venticinque studenti, equamente divisi tra maschi e femmine, e poi gli hanno sottoposto le domande. Alcune anche molto personali o potenzialmente spiacevoli, proprio per simulare la condizione di stress di un interrogatorio. Hanno anche chiesto di mentire ad alcune e ecco il risultato: si può essere ancora più certi che un testimone, o il partner, non ci stia rifilando una bufala. Un sistema simile è stato anche già utilizzato negli Stati Uniti in due processi per omicidio: in uno è stato individuato il vero colpevole, nell'altro è stato scagionato l'accusato. Per Proverbio non è la prima scoperta in quest'ambito: in passato aveva già partecipato a una ricerca il cui risultato aveva evidenziato che le donne sono più rapide a riconoscere gli errori o le situazioni incongruenti. Esplorando questo campo scientifico, adesso è invece passata all'argomento più specifico delle menzogne: «Questo studio fa parte di quelli sulla capacità di regolamento del proprio comportamento che hanno gli esseri umani e quella di mentire è una di queste – sottolinea – tipica dell'homo sapiens: siamo l'unica specie in grado di manipolare le informazioni per ingannare». E già sta pensando ai prossimi impegni: tra i lavori sul tavolo della docente ci sono uno studio sulla memoria per i volti e uno con il Conservatorio. Di brevettare quest'ultima scoperta però non gli è neanche venuto in mente: «Siamo scienziate» è la risposta.