Siamo un popolo di drogati (di farmaci)

L’anno scorso ogni cittadino ha comprato trenta confezioni di farmaci, che moltiplicate per 60 milioni di italiani, diventano un miliardo e ottocento milioni di scatolette. Una copiosa cascata di pillole colorate, capaci di spaccare il fegato di un elefante. Ma che la gente spesso ingoia con leggerezza spaventosa. Mal di testa? Prendi un confettino bianco, Mal di gola? Beh, serve un antibiotico. Ti viene la febbre? Un bel mix di antinfiammatori e tachipirina è quello che ci vuole. In Italia c’è una grande disinvoltura nel divorare pillole e infatti, ci dice l’Aifa nel rapporto sull’uso dei farmaci, siamo al secondo posto in Europa in fatto di uso (o abuso) di farmaci. Peggio di noi stanno solo i francesi che raggiungono quota 45 confezioni a testa. Una bella gara di consumatori da cui si distacca la Spagna che si ferma a quota 28, l’Inghilterra a 26 e la Germania a quota 18. Insomma siamo dei grandi mangiatori di farmaci a differenza dei nostri quattro milioni e mezzo di immigrati regolari che ci vivono a fianco e snobbano le farmacie. Loro, per esempio, non sono ancora stati colpiti dal «mal di vivere». Consumano una scatola in meno di noi per curarsi e la metà dei farmaci per la depressione. Inoltre non usano gli antibiotici come l’aceto sull’insalata. Insomma, sono più «tosti» e con meno grilli per la testa. Soffrono di patologie reali, come il diabete, l’ulcera, i reumatismi. La depressione li sfiora soltanto. Al contrario della popolazione femminile italiana che ingoia pasticche per «tirarsi su» anche quando non dovrebbe. Il male oscuro è entrato nel nostro stile di vita e i dati lo confermano. A cominciare dal pianeta donna che ne fa un uso smodato soprattutto nelle regioni del centro Italia o del Nord. Ma il gentil sesso è un habitué della farmacia: otto donne su dieci hanno ricevuto almeno una prescrizione all’anno spesso per problemi ormonali o tiroidei. Gli uomini sono diversi: si arrendono ai medicinali solo nella terza età. Tra i 65 e i 74 anni superano le loro partner nei consumi di un bel 13% . Alla fine, praticamente la totalità degli anziani si cura con le medicine. Ma per i farmaci non vale il detto «tutto il mondo è paese». In Italia ci sono differenze macroscopiche tra regione e regione. I siciliani, che vivono in una terra di sole e di aria buona, spendono 258 euro pro capite per i farmaci e consumano 1086 dosi giornaliere ogni mille abitanti. Segue, in questa classifica negativa. il Lazio, Puglia, Sardegna. A Bolzano, città virtuosa, la spesa pro capite crolla a 149 euro anche se il consumo dei farmaci è aumentato così come nel resto del paese ad eccezione di Abruzzo, Campania e Puglia. Diminuisce un po’ dappertutto solo l’abuso degli antibiotici (-3,8%) anche se resta alto il numero di italiani, soprattutto al Sud (Campania, Puglia, Sicilia) che scambia patologie virali con quelle batteriche e usa gli antibiotici per sconfiggere raffreddore, influenza, mal di gola. Insomma le prescrizioni dei farmaci vanno di gran moda ma, ecco la novità, diminuisce la spesa pubblica a carico del Servizio sanitario nazionale del 4,6% rispetto al 2010 (12.387 mln di euro). Ma come si spiega questo calo? «L’anno scorso - chiarisce il direttore generale dell’Aifa, Luca Pani - molti farmaci sono diventati equivalenti e hanno perso il brevetto così il prezzo scende del 60-70%. Sale, invece, la spesa per farmaci ospedaliera». C’è però un aspetto da considerare: «Crescono le prescrizioni, ma questo non vuol dire che aumenta il consumo. Ci sono tanti farmaci sprecati per non aderenza alle terapie e dunque bisognerebbe esaminare l’armadietto in casa degli italiani prima di fare i conti». Lo spreco comunque, ricade sempre sulla collettività. Infatti la spesa a carico dei cittadini è aumentata del 5% rispetto al 2010. E questo accade perché sempre più spesso la gente si compra in farmacia pure i farmaci di fascia A (+21%) e quelli per automedicazione (+0,4%). Ma anche chi va dal medico deve pagare salati i medicinali. La spesa sostenuta dai cittadini per il ticket, infatti, ammonta a 1.337 mln di euro (22,1 euro pro capite) con un incremento rispetto all’anno 2010 del 34%.