La spesa cambia Dal supermarket al social market

Si moltiplicano gli empori che vendono a prezzi bassi e quelli che accettano ore di volontariato in cambio di generi di prima necessità

Fare la spesa barattando, in cambio di frutta, pasta e verdura, il proprio tempo. Le proprie energie da spendere in ore di volontariato. Aiutando le associazioni, le mense e le organizzazioni no profit del territorio. Non solo è possibile anche in Italia, ma questa forma di «commercio» alternativa si sta diffondendo a macchia d'olio, spinta dalla difficoltà per molte famiglie di arrivare a fine mese. La formula di questa sorta di baratto solidale è racchiusa in due parole: social market. Sono tanti in Italia, da Parma a Lecce. Passando per Torino, Bari e Modena. Tutti, a vario titolo, raccolgono alimenti in scadenza dai tradizionali supermercati o punti vendita e li restituiscono a chi ne ha davvero più bisogno. Alcuni lo fanno a titolo assolutamente gratuito, altri in cambio di qualche ora di lavoro da volontari.

L'ultimo esempio potrebbe presto sorgere a Milano, dove un gruppo di cittadini ha già chiesto alla giunta comunale l'autorizzazione a dar vita all'iniziativa. Il progetto sarà presentato a maggio al consiglio comunale, in modo che anche all'ombra della Madonnina sia possibile fare la spesa con pochi centesimi. Perché nei social market gli alimenti, se non sono regalati a chi ha una tessera che attesti il reddito basso, hanno comunque un costo bassissimo. Meno di 50 centesimi per un pacco di biscotti, solo 13 per una bottiglia di succo di frutta. Intanto, in molte altre città italiane queste esperienze proseguono. Con grande successo. È il caso del social market di Parma, che dal 2005 distribuisce generi alimentari alle mense, associazioni di volontari e cooperative sociali del territorio. E che da qualche tempo è affiancato anche dall'Emporio della solidarietà sociale, un magazzino nel quale gli alimenti destinati a essere eliminati vengono invece distribuiti ai cittadini che non hanno i soldi per comprarli. «Da noi vengono circa 700 persone ogni giorno. Nel 2012 abbiamo distribuito qualcosa come 207mila chili di generi alimentari, circa 700 grammi al giorno per ogni richiesta».

A raccontare come funziona il social market emiliano è Tommaso Mazzini, dipendente della cooperativa sociale Eumeo, che gestisce l'iniziativa. «Con la crisi le persone che si rivolgono sia al social market sia all'emporio sono decisamente aumentate - racconta -. E sono anche cambiate, perché sempre più spesso ci troviamo di fronte famiglie italiane, in molti casi monoreddito, che non riescono ad arrivare alla fine del mese».
La giornata, nel social market, comincia molto presto. Ogni mattina un dipendente della cooperativa va nei supermercati che cedono alimenti anche freschi che non possono più vendere. Questi vengono poi distribuiti alle associazioni e mense per i poveri della zona. O portati all'emporio, che è una sorta di supermercato dove chi ha un reddito isee attestato molto basso può avere accesso ai prodotti gratuitamente. «Non chiediamo nulla in cambio - prosegue il dipendente -, ma siamo ben lieti se qualcuno si rende disponibile a darci una mano. Le nostre risorse economiche arrivano dalla Provincia di Parma e dalle catene di grande distribuzione Coop e Conad, che cedendo gli alimenti in scadenza risparmiano sulla tassa per i rifiuti.
E girano a noi questa somma». Con la crisi gli affari sono aumentati. «Abbiamo molte più richieste rispetto al passato - conclude -. E sappiamo che i social market si stanno diffondendo in altre città. Per esempio in Toscana, dove abbiamo già fatto consulenza a due Comuni che intendono realizzarli».

Commenti
Ritratto di Reinhard

Reinhard

Dom, 21/04/2013 - 12:46

Maledetto Prodi!!! Una volta per lavorare ti davano i soldi... Ecco come ci ha ridotto l'€uropa.

vince50

Dom, 21/04/2013 - 16:14

Per integrare e in modo più incisivo,bisogna creare di punti in cui i piccoli produttori possano vendere i loro prodotti e a prezzi più bassi.Se uno produce patate e un'altro le deve comprare non è il caso di arricchire chi si mette di mezzo.Anche perchè chi specula guadagna di più di chi si spacca la schiena a produrle.Potrebbe essere un incentivo a sviluppare una marea di piccoli coltivatori,dal momento che il posto fisso nell'industria è riservato ormai a pochi e per molte ragioni più che ovvie.Ma per il momento si preferisce essere dei mantenuti cassaintegrati agli ordini della camusso,però appena gli "ammortizzatori"saranno scarichi tutti con il culo per terra.

franco@Trier -DE

Mar, 23/04/2013 - 13:50

Reinhard come vi hanno ridotto i vostri politici devi dire, per Germania e altri pochi paesi l'Europa sta andando bene.