Stress da internet: nasce il primo corso per navigatori slow

La "filosofia della lentezza" per guarire dalla dipendenza dal web. Boom di adesioni

La chiamano «filosofia della lentezza». E prende piede - manco a dirlo - lentamente. È la reazione al logorio della vita moderna, come diceva Ernesto Calindri che su «Carosello» sorseggiava il suo liquore al carciofo seduto a un tavolino piazzato in mezzo al traffico. Cominciò «Slow food», che alla lettera significa «cibo lento» contrapposto ai «fast food» degli hamburger più bibita, sinonimi (presunti) di obesità e gastriti. Poi è toccato a «Cittaslow» rete di località da Orvieto a Positano ora diffuse in 25 Paesi che vogliono tutelare le botteghe artigiane, la cucina tradizionale e l'urbanistica antica contro gli ipermercati, le paninoteche, le tangenziali.
Ci sono lo «slow living» delle vacanze di campagna senza discoteche o spiagge affollate, e lo «slow snow» di chi d'inverno preferisce le ciaspole (e lunghi attovagliamenti nei rifugi a cinque stelle) alle snervanti discese sugli sci. Il giornalista Federico Rampini tre anni fa ha dedicato un libro alla «Slow Economy» fatta di sobrietà, ecosostenibilità, consumo consapevole, crescita al rallentatore. Sembra il manifesto di Mario Monti, che infatti qualche giorno fa ha presentato l'ultimo volume di Rampini.
Ora tocca a internet. Proprio nei giorni in cui è stato lanciato il nuovo iPhone - e non a caso si parla di «corsa» per accaparrarsene uno -, dal guscio della lumachina esce la «Slow communication» come antidoto alla web-dipendenza che porta a restare sempre connessi alla realtà virtuale. Mail da controllare a ogni ora e a qualsiasi latitudine, mappe da consultare, notizie da leggere, Facebook da aggiornare, «tweet» da spedire. Una mezza malattia, per qualcuno una vera droga.

«Basta», ha detto Andrea Ferrazzi, giornalista, blogger ed esperto di comunicazione che con il movimento Slow Communication vuole replicare il «metodo Slow Food»: accanto alla difesa delle tradizioni e del gusto dall'assalto dei pranzi veloci e omologati, ecco una «dieta mediatica bilanciata», un «equilibrio sostenibile tra la velocità e l'immediatezza del web e il pensiero lento, lineare e approfondito». Si pensa perfino a terapie yoga per guarire dalla web-dipendenza. Negli Stati Uniti è una pratica che sta prendendo piede.
Meno tempo con in mano i tablet, dose razionata di mail, digiuno controllato e progressivo dai social network. Per il movimento della Slow Communication si prospetta una battaglia impegnativa. Sarà uno dei temi in discussione al prossimo Internet Festival 2012 in programma dal 4 al 7 ottobre a Pisa: Ferrazzi ne discuterà in un incontro dal titolo «Contro la dittatura del tempo reale. Percorsi per un uso consapevole del web» assieme ad altri giornalisti e blogger.
Non si tratta di una forma ammodernata di luddismo contrario al progresso, di contrasto al nuovo, di ritorno al passato. Ferrazzi e gli altri «slow-web-men» usano largamente gli strumenti della comunicazione internettiana. Non è nemmeno una questione modaiola, snobistica, sostenuta da originaloni che per distinguersi a ogni costo aborriscono Apple e Blackberry. C'è dietro qualcosa di più profondo e inquietante: la loro tesi è che il web non aiuti le democrazie e svolga invece un ruolo negativo. «Se ne stanno accorgendo anche molti osservatori che fino a ieri ne tessevano le lodi - dice Ferrazzi -: alcuni di coloro che celebravano la rete per il successo dei referendum su acqua e nucleare, non rilevando come sia passato un messaggio non veritiero, oggi si preoccupano per il populismo che dilaga approfittando del web".

Tra i guru gli «slow comunicatori» annoverano il giornalista americano Peter Laufer, teorico delle «slow news» («dobbiamo reimparare a rallentare l'influenza iperattiva dei mezzi di informazione sulle nostre vite», ha scritto) e il saggista John Freeman che pubblicò nel 2009 sul Wall Street Journal un «Manifesto for the Slow Communication» dove scandiva: «I nostri giorni sono limitati, le nostre ore sono preziose. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare, che cosa vogliamo dire, di che cosa e di chi dobbiamo prenderci cura. Bisogna pensare come vogliamo ripartire il nostro tempo in base a queste domande. Dobbiamo rallentare». Senza troppa fretta.