Superato l'ostacolo tedesco: via libera al fondo salva Stati

I 37mila ricorsi sono stati rispediti ai mittenti: la Corte costituzionale tedesca ha ieri dato il via libera al fondo salva-Stati permanente Esm, il perno su cui si incardina la lotta alla crisi del debito sovrano. Accolta dall'Europarlamento con un applauso contrappuntato da un certo sollievo, la sentenza di Karlsruhe (che incorpora anche il sì al Fiscal compact, il patto di bilancio europeo) ha però solo in parte rispettato il copione che sembrava già scritto alla vigilia. Gli otto giudici in toga rossa non si sono infatti limitati a svolgere un compitino burocratico, apponendo il timbro di costituzionalità al firewall, ma hanno fissato un paletto che limita la contribuzione tedesca al fondo a 190 miliardi di euro, cioè l'assegno che Berlino è tenuta a staccare in base alla percentuale di capitale detenuta nella Bce. Solo previa autorizzazione dei due rami del Parlamento, ha stabilito la Corte, sarà eventualmente possibile allargare i cordoni della borsa.
Il limite posto non ha soltanto un valore puramente contabile: certo, sancisce di fatto che le casse tedesche non possono essere trasformate in una sorta di bancomat dove è sufficiente inserire la tessera Esm per prelevare miliardi ad libitum; ma sotto un altro profilo, ancora più importante, i magistrati hanno inteso ribadire la centralità del Bundestag e del Bundesrat, gli unici luoghi deputati ad assumere decisioni che devono rispondere all'interesse nazionale, ben ancor prima di quello europeo. Anche se si tratta di fronteggiare un'emergenza come quella del debito sovrano. In questo modo, la sentenza di Karlshrue ha sciolto il dubbio di costituzionalità sollevato dai ricorsi. Ovvero, ponendo il tetto dei 190 miliardi, si sancisce che il potere politico non può essere bypassato da un organismo finanziario (l'Esm) governato da soggetti non eletti dal popolo. Un'impostazione che potrebbe far scuola: non è da escludere che i parlamenti di Paesi virtuosi, come l'Olanda e la Finlandia, chiedano di seguire l'esempio tedesco.
L'evoluzione della crisi dirà nelle prossime settimane se, così come è attualmente strutturato dopo il giudizio dell'Alta corte tedesca (una potenza di fuoco che, a regime, sarà di 500 miliardi, dei quali 125 garantiti dall'Italia), il paracadute è sufficientemente robusto per proteggere le spalle dei Paesi sotto attacco. Alcuni economisti sono scettici: dotazione accettabile per aiutare Madrid - dicono - ma non abbastanza per soccorrere Roma. Per ora, vanno registrate la soddisfazione della cancelliera Angela Merkel («un buon giorno per la Germania e un buon giorno per l'Europa. E una certezza per i parlamentari e i contribuenti tedeschi»), e l'annuncio del presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che la riunione inaugurale del board dell'Esm si terrà l'8 ottobre.
I motori sono dunque accesi. Ora l'Eurozona ha a disposizione anche il tassello forse più importante per afferrare per le corna il toro della crisi, anche se la bocciatura arrivata dalla stessa Corte di Karlshrue all'ipotesi di concedere la licenza bancaria al fondo (vìola i trattati, dicono i giudici) impedisce all'Esm di intervenire direttamente nella ricapitalizzazione delle banche. La cosa più importante, però, è l'Esm potrà essere utilizzato dalla Bce come scudo anti-spread. Un nein dei giudici tedeschi avrebbe invece vanificato tutto il lavoro fatto da Mario Draghi in aperta contrapposizione con la Bundesbank.
Che la rete di protezione sia quasi tesa non implica però automaticamente che i due grandi Paesi dell'area euro sotto osservazione - Spagna e Italia - vi faranno ricorso. Proprio ieri il premier spagnolo Mariano Rajoy ha nuovamente preso tempo, affermando che si valuterà l'andamento dei tassi di interesse, oltre le condizioni previste a eventuali interventi, prima di decidere se chiedere aiuti. D'altra parte, il raffreddamento degli spread sembra indicare come Draghi abbia già ottenuto, con il solo annuncio dello scudo (ora corroborato dal via libera all'Esm), una ritirata della speculazione. Durerà?