Il telefono del Papa squilla (finalmente) per le vittime

A spogliarsi delle nostre abitudini mentali, dei condizionamenti cui siamo stati abituati, niente ci dovrebbe sembrare più normale di un Papa che chiama al telefono le sue pecorelle ferite da qualche disgrazia, da qualche dolore: come Francesco (...)

(...) sta facendo sempre più spesso in questi giorni. Dopo avere verificato lo stato di grazia dei fedeli in buona salute, spirituale e fisica, dopo avere disposto per la ricerca di quelli smarriti e con l'anima in pericolo, non c'è niente di più naturale che il buon pastore conforti, da un dolore che si può lenire, le pecorelle ferite. Anche se in effetti c'è un cambio di rotta rispetto all'attenzione che da parte del mondo cattolico, e non solo, è spesso stata riservata più ai lupi, pentiti o no, in vista del perdono sempre e comunque.
Ricevere la parola dell'emissario di Dio deve fare un bell'effetto, e tanto più se la si riceve non accostandosi con trepidazione, in stato di inferiorità, a un trono dei lussuosi e intimidenti palazzi vaticani: ma addirittura a casa (spese a carico del chiamante), dove sul trono - il tuo, poltrona, water o inginocchiatoio che sia - ci sei tu, proprio tu. Confortantissimo dev'essere, soprattutto, l'eloquio semplice di Francesco, che dice «buongiorno» e «buon appetito» come ogni bravo cristiano, ma con simpatico accento tanguero.
Certo, il maligno (con la minuscola) qualche dubbio ce l'ha. Con che criterio vengono scelti i fortunati, fra i tanti sfortunati? Per sorteggio? A caso? Per risparmiare, visto che Francesco predilige le linee fisse? E se la scelta è casuale, non capiterà mai un profugo siriano, un moribondo per sete nel Ciad, la vittima di una feroce dittatura in un paese cristiano? È vero, difficilmente quei signori hanno a disposizione un telefono, ma questo sarebbe un motivo in più per andarli a cercare di persona, o almeno per smuovere - con un calcio apostolico - i loro oppressori.
Se ciò non avviene, il solito maligno può anche pensare, stavolta guidato dal Maligno, che le telefonate di Francesco siano una piccola, efficace operazione di marketing, ben nota ai grandi manager. Un giorno, su questo giornale, mi lamentai in un articolo per certi problemi che avevo con la Telecom: ebbene, alle 8 del mattino - e questo fu l'aspetto meno carino di tutto la faccenda - ricevetti una telefonata da Vito Gamberale, allora gran capo dell'azienda: mi chiese scusa (non per la levataccia), mi assicurò che in giornata avrebbe risolto il problema, e così fece. La mia ammirazione per lui e per le sue opere, da allora, è salda e fedele, tanto che quando abbandonò la Telecom, la lasciai anche io, seguendo l'esempio di un capo illuminato.
A Francesco sarebbe difficile chiamare uno per uno tutti i suoi fedeli, al momento ancora più numerosi di quelli della Telecom, ma è lecito il sospetto del maligno che si tratti di un'operazione di marketing, applicata al e dal prodotto in questo momento più redditizio del mondo cattolico, l'investimento sul futuro, il nuovo papa che sbianca e sbanca.
Nonna Antonella, che lo trova tanto simpatico, forse giudicherà male queste mie parole, e mi telefonerà per dirmi di essere meno birichino. Nonna Antonella, però, da sola non ce la può fare, ci vorrebbe Francesco. E a lui mi rivolgo. Francesco, l'unico numero fisso di cui disponga è al Vittoriale degli Italiani, la casa di un peccatore messo all'indice; e anche qualche mio libro non è tanto piaciuto ai suoi predecessori. Se vuole, mi farebbe piacere parlarne con lei; le direi anche dei miei dolori di padre che vede difficile e incerto il futuro dei suoi figli, del mio timore di educarli senza una formazione cattolica, che fa parte della loro cultura, della fatica di mantenere sana e vitale - in questo Paese - un'azienda che ha da vendere «soltanto cultura». Ci spero, caro Francesco: 0365.296522, dalle 8 alle 17 del'8 settembre e dalle 8 alle 20 del 9 settembre.
Hasta luego.

segue a pagina 13

di Giordano Bruno Guerri