Ma vale davvero la pena restare in questo governo?

Caro direttore,
ti invio queste poche righe non per esprimere la mia protesta nei confronti di una condanna, quella a Silvio Berlusconi, che esclude il nostro sistema giudiziario dal novero di quelli dei Paesi civili. Nemmeno per denunciare il dato, ormai palese, che in Italia si è instaurato un regime che usa una parte della magistratura per eliminare gli avversari politici. Oppure per riflettere sul come le sentenze «ad personam» contro Silvio Berlusconi, di fatto, stiano modificando gli equilibri tra i poteri per cui, dopo l'ultima decisione della Consulta, d'ora in avanti un qualunque (...)

(...) premier per convocare un Consiglio dei ministri dovrà chiedere l'autorizzazione ad un qualsiasi tribunale che lo voglia processare. Insomma, per essere ancora più chiari, sul come sia stato possibile ratificare ancora una volta la subordinazione del potere esecutivo a quello giudiziario senza che chi è garante dell'equilibrio dei poteri si sia sentito in dovere di intervenire.
Né ti voglio stigmatizzare l'incredibile decisione di incriminare tutti i testimoni a difesa dell'imputato Berlusconi, che somiglia più all'epilogo processuale di un Tribunale dell'Inquisizione o di un Tribunale del Popolo che non a quello di una Corte di giustizia di un Paese democratico: un'assurdità stridente se si tiene conto che da anni i processi in Italia si basano su intercettazioni telefoniche o sulle dichiarazioni di pentiti di mafia. Va da sé, quindi, che nel Belpaese la deposizione giurata di 30 liberi cittadini, cittadine o servitori dello Stato vale meno della parola di qualche pluriomicida. Né ti voglio tediare con la singolare circostanza che la presunta vittima in questione del reato odioso di prostituzione giovanile, l'ormai arcinota Ruby Rubacuori, abbia gridato ai quattro venti e in tutte le sedi di non aver avuto nessun rapporto con l'imputato Berlusconi. Ed evito anche di farti notare che in Italia se l'imputato si chiama, appunto, Silvio Berlusconi, qualsiasi sia il reato di cui è accusato, si becca sempre e comunque la condanna che - anno più, anno meno - tocca a chi è coinvolto in un omicidio. Che sia avvenuto ad Avetrana o all'Università di Roma poco importa.
No, ti risparmio tutto ciò. Ti voglio semmai parlare di questo governo. E non per richiamare la tua attenzione sulla singolare circostanza che vuole l'attuale esecutivo del tutto assente dai temi di giustizia - per espressa volontà del suo premier e del suo garante al Quirinale - anche se il nostro sistema giudiziario sta esplodendo. Voglio soffermarmi su un altro dato, incontrovertibile: questo governo è fermo. O meglio, per non muoversi, rinvia. Usando quella tecnica affinata da tanti governi della Prima Repubblica, ma anche della Seconda, che per non sbagliare restavano immobili. Confidando nel tempo. Risultato, negli anni di questa arte sublime è stato un debito pubblico alle stelle e un sistema economico disastrato. Ormai il governo Letta rinvia su tutto: prima l'eliminazione dell'Imu prima casa; oggi l'Iva; magari domani un miliardo per tamponare il problema dell'occupazione lo troverà pure. Ma niente di più: di quello choc per rilanciare l'economia non c'è traccia. Tutto è rinviato. E con i rinvii non aumenta la fiducia dei cittadini, indispensabile per far ripartire i consumi e la nostra economia, ma solo paura e ansia. Eppure questo doveva essere un governo storico, quello della pacificazione (lasciamo stare), quello con dentro gli avversari che si erano combattuti per venti anni, tutti uniti per rilanciare l'Italia e sbattere i pugni sul tavolo in Europa contro la politica dell'austerity. E, in fondo, un governo siffatto non poteva non avere una mission meno ambiziosa. Del resto se si va a vedere negli annali, a parte i governi tecnici o simil-tecnici, a parte i governi di solidarietà nazionale (ma i comunisti appoggiavano il governo dall'esterno), bisogna tornare all'ultimo governo del Regno, quello con dentro De Gasperi e Togliatti, per avere un paragone. Solo che quello si impegnò sul piano Marshall, si impegnò sull'amnistia, nel processo di pacificazione con il fascismo. Insomma, aveva ben altro pathos. L'attuale ha di fronte problemi più piccoli anche se simili: veniamo da uno scontro ventennale, combattuto in qualche aula di tribunale, e non come all'epoca da una guerra civile; ce la dobbiamo vedere con la Germania e non con gli Alleati che ci avevano sconfitti in guerra. Quindi, con un governo di larghe intese, ce l'avremmo potuta e ce la potremmo fare. E, invece, mentre noi ci gongolavamo nella retorica della responsabilità e dell'interesse generale, il governo ha sprecato la luna di miele con il Paese cincischiando sull'Imu e sull'Iva, senza decidere, o per assenza di coraggio o perché qualcuno è in malafede. E questo mentre la parte militante della magistratura agiva. Mi domando e ti domando sommessamente: ne vale la pena?
P.S. Ti risparmio e risparmio al lettore, per pietà, quel processo tortuoso messo in piedi dal governo delle larghe intese per arrivare alle tanto decantate riforme istituzionali; o, forse, più semplicemente, per durare.

segue a pagina 2

di Augusto Minzolini