Ventiquattro ore di diretta sul processo

New York«I did not kill...». Questa semplice frase di quattro parole scandite con voce ferma e serena da Amanda Knox, mentre ribadisce alla Corte di essere estranea all’omicidio di Meredith Kercher, è stata trasmessa e ritrasmessa ieri un’infinità di volte dalla Cnn e Foxnews. I due più grandi network americani della notizia in diretta si sono rincorsi per tutto il giorno con collegamenti «live» da Perugia ogni 15 minuti. Sfoderando esperti di diritto italiano, scienziati del dna e rovistando ogni piega di questo processo che si è consumato quasi per quattro anni. Il tam tam mediatico è stato ripetuto e amplificato dalle tre più grandi tv americane, l’Abc, la Nbc e la Cbs che hanno aperto i telegiornali nazionali mattutini, quelli del pomeriggio e quelli in «prime time» con il volto tranquillo e la voce serena di Amanda che ripeteva: «I did not kill...». «Non ho ucciso», le parole di Amanda sono state ascoltate ieri da centinaia di milioni di americani come fosse un mantra. Addirittura la pacata Cnn apriva ogni volta i suoi collegamenti da Perugia con il sottotitolo «calcistico»: «Italy versus Amanda Knox», «l’Italia contro Amanda Knox», con l’esperto della Cnn Jeffrey Tobey che ricordava ogni volta come il processo sia stato «pasticcione e persecutorio». Non erano da meno i commenti della FowNews, con il loro esperto di diritto Joey Jackson che ripeteva con dovizie di particolari come gli «inquirenti perugini abbiano brancolato nel buio per anni». Stessa musica e stessi commenti nei tg e sulla Abc: «Amanda condannata in primo grado senza una prova evidente, anzi con il dna pasticciato e inconsistente». I telegiornali della Nbc hanno usato toni più da «suspense» cinematografica, trasmettendo servizi come fosse una sitcom a puntate, ma sempre puntando il dito sulla lentezza e sulle contraddizioni della giustizia italiana. Sui grandi quotidiani, dal New York Times al Washington Post a Usa Today, fino ai giornali di provincia, tutti avevano in prima pagina la foto di Amanda con ampi articoli, pro e contro la sua innocenza, che annunciavano l’imminente sentenza a Perugia. A Seattle, nello Stato di Washington, città dove la studentessa americana è nata e dove vivono i suoi genitori, i due quotidiani locali, il Seattle Post e il Seattle Times, hanno preparato da giorni l’attesa delle sentenza dedicando intere pagine e inserti speciali alla vicenda di processuale. Il Post ha pubblicato un sondaggio dove il 72% dei lettori crede che la studentessa sia innocente e che sia vittima del sistema giudiziario italiano «persecutorio». Negli Usa il verdetto di appello era già definitivo, non si poteva più impugnare. I genitori di Amanda, grazie a infinite donazioni e al lavoro di centinaia di volontari sparsi in ogni angolo degli Usa e anche nella nostra penisola, hanno raccolto oltre un milione di dollari per sostenere una campagna di «pubbliche relazioni» che avevano come obiettivo i grandi network televisivi e i giornali americani affinché dessero un’immagine positiva di Amanda, New York Times compreso. Il lavoro degli esperti e dei volontari ingaggiati dai genitori di Amanda è stato duplice: aiutare e spesso imbeccare i media americani con le tante prove a favore che avrebbero potuto scagionare Amanda. E i tanti dubbi, specie quelli sul dna, che negli Usa non sarebbero nemmeno stati ammesi al dibattito processuale.