Il vero scandalo è l'abuso della custodia cautelare

di Nel brevissimo tempo a disposizione, il Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali creato dal presidente della Repubblica ha completato il proprio compito consegnando al Paese una significativa Relazione Finale. I componenti del Gruppo segnalano che le soluzioni prospettate rappresentano un punto di mediazione, generalmente condiviso, salve poche dissenting opinion. Considerato il clima complessivo (...) questo mi sembra un primo, meritorio risultato: quello, cioè, di cercare ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide. Mi limito qui a dedicare alcune riflessioni all'amministrazione della giustizia, confrontandomi con il V capitolo della Relazione. Peraltro, mi sembra interessante anche quanto affermato dalla Relazione già nel primo capitolo, con riferimento al principio di legalità. Non vi è dubbio, infatti, che il superamento della visione del Giudice mera «bocca» della legge spinga anche il nostro sistema verso un modello che guarda al common law. Ma se così è, occorre riflettere sul rispetto dei diritti dei cittadini, che non devono «guardare» solo alla legge, ma a come è interpretata e applicata: quindi, occorre garantire la conoscibilità della fonte, rafforzando il ruolo (almeno) della Cassazione, prevedendo un precedente tendenzialmente vincolante. L'indicazione, nella Relazione, è molto opportuna, anche se la soluzione si intravede solo in filigrana.
Per quanto attiene alle riflessioni sull'amministrazione della Giustizia, pur essendo chiari e condivisibili gli obiettivi, non mi sembra che il primo problema sia quello di introdurre il reato di tortura e di trattamento inumano e degradante, anche se recenti episodi rendono plausibili, anche in Italia, tali incriminazioni. Ho il timore, inoltre, che la introduzione di forme di ricorso individuale per violazione dei diritti fondamentali, davanti alla Corte costituzionale, possa «ingolfare» la Corte. Da penalista, condivido la volontà di disciplinare meglio la fase delle indagini preliminari, con attenzione ai tempi successivi alla conclusione delle indagini, e l'indicazione delle intercettazioni come strumento che va adoperato cum grano salis e con rispetto della riservatezza di tutte le persone coinvolte. Ma avrei gradito una parola più forte sul vero scandalo del nostro Paese: il ricorso ampio ed esteso a misure cautelari restrittive della libertà personale, spesso prima che sia celebrato il processo di primo grado, con quasi la metà dei detenuti ancora in attesa di giudizio. Certo, è opportuna una opera di depenalizzazione, il mantenimento (se non l'ampliamento) del ricorso a misure alternative e l'attenzione al lavoro carcerario. Ma il pensiero che moltissime persone sono assolte dopo lunghissimi (ed ingiusti) periodi di custodia cautelare, che rovinano loro per sempre la vita, e peraltro costano alla società somme ingenti, è - per me - prevalente: e avrei voluto che lo fosse stato anche per il Gruppo di lavoro. Quanto al giudizio contumaciale, una riforma è certamente necessaria, per porre il nostro Paese in linea con gli altri. Non condivido, invece, il ricorso all'irrilevanza del fatto, che accresce a dismisura la sfera di discrezionalità giudiziale: molto meglio, anche a tutela delle vittime del reato, in casi lievi, considerare eventuali condotte riparatorie come cause estintive del reato o inappellabili le sentenze di assoluzione.
Per quel che concerne la durata dei processi, ed il connesso problema della prescrizione, credo che occorra affrontare il primo per scongiurare che i reati si prescrivano, e non ampliare i termini di prescrizione, perché ciò comporterebbe un ovvio allungamento della durata dei processi. Dal mio punto di vista, il problema più grave del nostro sistema giudiziario, globalmente inteso, è però costituito dallo stato comatoso nel quale versa la giustizia civile (...). Qui (...) occorrerebbe ipotizzare un piano straordinario di smaltimento dell'arretrato, che rappresenta la vera palla al piede del sistema. Per quel che concerne l'Ordinamento delle magistrature, ritengo che la soluzione indicata sia tiepida: a mio avviso, occorre che la responsabilità disciplinare dei magistrati sia accertata, già in primo grado, da una Alta Corte indipendente, per evitare casi di giustizia «domestica»; magari prevedendo una Sezione di Appello. Allo stesso modo, occorrerebbe riflettere, certo non con intenti punitivi, sulla responsabilità civile dei magistrati. Interessanti anche le considerazioni sul rapporto tra azione giudiziaria e mezzi di comunicazione di massa: al riguardo, forse, poteva proporsi una accentuazione ulteriore della funzione dei capi degli uffici. Del tutto condivisibili, poi, le indicazioni critiche sui «magistrati in politica» o nelle amministrazioni regionali o locali; come pure le riflessioni operative sui «fuori ruolo».
In conclusione, mi sembra che il Gruppo di lavoro abbia indicato, nella materia che ho esaminato più da vicino, misure in gran parte condivisibili: se almeno una parte di esse trovasse effettiva attuazione, lo stato della nostra amministrazione della Giustizia, e quindi del nostro Paese, sarebbe significativamente migliore di quanto lo sia oggi. Forse non ci vuole molto, ma sarebbe certamente tanto.
* Ordinario di Diritto penale

all'Università di Palermo

Componente del Csm