Vogliono fare di Ligresti il nuovo Gardini

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Sono passati vent'anni, ma il calendario sembra ancora fermo a quel 23 luglio '93. Il giorno in cui, in piena tempesta «Mani pulite», Raul Gardini chiuse i conti con questo mondo. Oggi portano ai domiciliari un altro pezzo, nel bene e nel male, della storia imprenditoriale italiana: Salvatore Ligresti. Pure lui sul viale del tramonto, pure lui (...)

(...) sommerso da articoli che vivisezionano le sue presunte malefatte, pure lui ormai solo un ex da coniugare al passato, come un relitto, perché il presente è solo cronaca giudiziaria.
Certamente ciascuno di noi porta sulle spalle le proprie responsabilità e i 538 milioni di perdite che gli vengono contestati non sono noccioline. Ma colpisce, oggi come allora, quell'impasto di suggestioni irresistibili e dettagli scabrosi, quel vortice a metà fra i verbali e le cronache di giornale che può spingere a fondo chiunque. Ligresti viene blindato nella sua casa milanese, le figlie Jonella e Giulia sono in carcere. Per un genitore è la peggiore delle condanne. Una famiglia marchiata come un'associazione a delinquere. Le colpe dei padri che ricadono sui figli e i figli che farebbero da sponda ai padri. Una maledizione biblica che poggia sullo stelo esile di affermazioni quantomeno controverse: si sussurra che i Ligresti possono sempre scappare perché dispongono di ingenti capitali ben sistemati e mimetizzati fra il Lussemburgo e chissà dove; e poi si citano, come in tutte queste dynasty lustrineggianti, il Falcon e l'elicottero con cui tutti potrebbero tagliare la corda. Anche se, nel tracollo malinconico degli ultimi tempi, i Ligresti hanno perso non solo la terra, e i palazzi, e la calce, ma anche il cielo e la piccola flotta con cui involarsi fra le stelle. E hanno mantenuto solo i coriandoli dell'antico potere: qualche carica, qua e là, in società blasonate. Pennacchi di un'epoca che non c'è più. Liquidata frettolosamente dagli analisti del giorno dopo come un mix di pacchianeria e far-west.
Raul Gardini, uomo di eccessi scintillanti, fu triturato allo stesso modo: la corona di spine della sua via crucis furono i verbali di Pippo Garofano, il dominus di Montedison meglio noto come il Cardinale, pubblicati dal Mondo; Gardini, che come Ligresti e più di Ligresti, era stato uno dei simboli dei favolosi anni Ottanta, il volto di un'Italia sorprendente e dinamica, proiettata di corsa verso la modernità, capì che non ci sarebbe stato riscatto. Ma solo dannazione, come quella di Ligresti che si vede la figlia Giulia in carcere anche perché lei ha preso casa a Celerina, nella Svizzera vacanziera, dove guarda caso ha beccato pure un paio di multe tanta è la familiarità col luogo, e dove potrebbe sempre riparare.
Quando si è arrivati in vetta, e poi invece di contemplare le proprie luccicanti fortune si precipita, è sempre dura. Ma un Paese che è la patria del diritto dovrebbe dosare la custodia cautelare e le sofferenze, pubbliche e private, inflitte ad un imputato, anche se è un imputato eccellente, anche se il suo passato, a differenze di quello del Contadino di Ravenna, è sempre stato per i numerosi detrattori una palude limacciosa, una terra malsana di misteri e chissà quale verità col profilo della coppola.
Gardini, il Gardini di quel feroce luglio '93, capì che non ci sarebbe stata pietà e, forse, nemmeno giustizia. Anticipò tutti e un attimo prima di essere arrestato si sparò. La solita coorte dei dietrologi non vide l'evidenza, «la paranoia di un uomo terrorizzato» come la descrisse al Giornale Sergio Cusani, e continuò a alimentare il giallo che non c'è di un omicidio compiuto da chissà chi sul solito format di trame occulte, 007 e cervellotici retroscena. Nel luglio 2013 tocca al vecchio patriarca del mattone cadere definitivamente a terra. Il suo avvocato, Gian Luigi Tizzoni, un penalista roccioso che è riuscito miracolosamente a far riaprire il delitto di Garlasco, lo definisce «molto provato. Non per sé, ma per le figlie». Parole asciutte, come quelle di un bollettino medico che si perde nella notte italiana. La stessa dell'estate di vent'anni fa.

di Stefano Zurlo