Voto di sfiducia

La manifestazione di Vicenza contro la Finanziaria ha avuto fra le file dell’Unione effetti più incisivi e corrosivi di quelli che gli stessi organizzatori della protesta potevano aspettarsi. L’analisi fatta dal leader dell’opposizione Silvio Berlusconi – indipendentemente dal numero dei cittadini presenti in piazza, sotto la pioggia – ha coinciso con giudizi negativi sulla manovra provenienti da ambiti più vasti, al di là degli stessi confini del centrodestra. Un segnale forte e chiaro che ha reso più evidenti, incrociandoli e dilatandoli, altri messaggi e giudizi, tutti critici per il governo di Romano Prodi e la sua politica economica. Una coincidenza significativa che ha costituito una conferma viva e immediata dei sondaggi che fanno inabissare il consenso per il centrosinistra fra critiche e sfiducia.
Il colpo è stato avvertito. Sui giornali che finora hanno accordato a Romano Prodi, alla sua maggioranza e al suo esecutivo le più cospicue aperture di credito si sono accentuate puntualizzazioni e prese di distanza che hanno assunto – è il caso di Luca Ricolfi sulla Stampa, che ha sottolineato il divario incolmabile fra promesse elettorali e azione di governo – il valore degli ultimi avvisi ai naviganti in procinto di naufragare. La realtà non può essere saltata a piè pari, come un insignificante e accidentale dettaglio; non si può ignorare il disagio di vasti e determinanti strati della società italiana che riconoscono il valore delle tesi dell’opposizione; è inutile far finta di non prendere sul serio le osservazioni critiche di economisti che pure non avevano nascosto il loro appoggio all’esperimento del Professore.
Soltanto il premier dimezzato si ostina a mostrare di voler tirar dritto, come se fosse ancora in luna di miele col suo elettorato. Romano Prodi ha il gusto protervo delle battute acide senza essere spiritose, che denotano arroganza e livore. Ma non tutti i suoi alleati lo seguono, nemmeno su questa strada sono con lui. Saranno forse contenti gli esponenti della sinistra radicale, che continuano a dissertare di «equità» e di «ridistribuzione», appagati dall’intangibilità di un sistema pensionistico superato dall’andamento demografico, ma gli uomini della Margherita e della Quercia sono seriamente preoccupati. Sono stati loro ad accreditare volontà e progettualità riformiste che, in realtà, sono servite a mascherare in campagna elettorale il patto di ferro con la sinistra massimalista. Sono stati loro a fornire l’alibi a Romano Prodi e adesso si sentono schiacciati, nel crollo dei consensi, dalla presenza troppo ingombrante di comunisti e massimalisti. I sedicenti riformisti fino a qualche giorno fa difendevano la Finanziaria e addebitavano i dissensi a «difetti di comunicazione», adesso accompagnano alle difese di rito troppi «se» e troppi «ma» e premono per una «svolta riformista». Ma i rapporti nell’Unione non sono chiari e allora queste pressioni per un «cambio di passo» vengono decifrate come torbidi preparativi di una congiura, di un complotto.
D’altra parte, oggi nell’Unione non ci sono gli spazi politici per affrontare le riforme che lo stesso Padoa-Schioppa aveva indicato come irrinunciabili, dalla previdenza alla sanità, alla spesa per la pubblica amministrazione. E chi se ne ricorda? Rutelli, D’Alema, Fassino, il timido Franceschini possono osare di parlarne con Diliberto e Giordano? Con i vertici della Cgil? Se proprio sono intenzionati a imboccare la strada delle riforme si sbrighino a ordire la congiura che negano di aver mai nemmeno immaginato. I «riformisti» dell’Unione pagano il prezzo di aver sponsorizzato in campagna elettorale anche la sinistra radicale, oltre che la loro ambigua mercanzia: anche loro hanno contribuito al successo nelle urne della sinistra massimalista. E ora inutilmente premono su Prodi, su un premier senza partito che istintivamente sarebbe indotto ad appoggiarsi agli alleati che ritiene più determinati e meno sensibili alle critiche. Prodi è consapevole di essere prigioniero e non sa decidere a quale albero politico essere appeso. Se si arrocca a sinistra avrà il suo complotto, se ritorna sui suoi passi rischia che nemmeno il ricorso alla fiducia gli possa garantire di doppiare il capo della Finanziaria. C’è poco da fare battute.