LE INTERVISTE DI PERNA PIPPO FRANCO

di Giancarlo Perna

Conoscevo Pippo Franco dalla tv come cabarettista sommessamente ironico del Bagaglino. Mi sono trovato di fronte un tipo un po' filosofo e un artista a 360 gradi. La sua notevole casa immersa nel verde poco fuori Roma è quella di un esteta. Il salone è formato da tre saloni nel gusto stilizzato di Erté, lo scenografo déco. In pratica, una sofisticata pista di pattinaggio. Il pavimento è di cotto lucido. Su una parete, una scena galante con Colombina, Arlecchino e Pantalone dà un tono pastello all’ambiente. Ai lati dell’ingresso una coppia di busti ottocenteschi sembra osservarti mentre entri. Lei, una giovane smaliziata, lui, un anziano crapulone, si sorridono ammiccanti come per dire: «Pensi di costui (che nel caso in specie è il vostro cronista) quello che ne penso io?».
«Rappresentano l’Ironia che è la muta intesa tra due persone», spiega Pippo Franco e mentre mi fa strada chiede se voglio bere qualcosa. Io no. Lui, sì. E si intrufola nei meandri della villa per chiedere alla moglie di portargli un caffè.
«Pippo Franco, lei si chiama in realtà Franco Pippo. Il nome d’arte è una semplice inversione. Idea sua?», gli chiedo quando torna. È un tipo alto, un po' curvo. Ha il naso imponente, la bocca grande, l’ovale del Signor Bonaventura. Indossa jeans da caccia grossa con tasche sui polpacci per eventuale machete. Ogni tanto si drizza e diventa il doppio. Ci sediamo e con calma risponde.
«Sono gli altri che mi hanno chiamato così. Il cognome, Pippo, suona come un nome. È venuto naturale. Io stesso rispondo a Pippo, a Franco non rispondo. Solo mia mamma mi chiamava Franco e non Pippo», dice felice di pasticciare con le parole come a teatro.
«Nonostante la sua effervescenza, l’ultimo show del Bagaglino ha fatto flop», dico.
«La storia del flop è una montatura. Su quattro serate previste da Mediaset solo l’ultima è stata annullata. Si è fatto un caso di una cosa irrilevante», dice.
«Com’è?».
«Politica. Molti giornali hanno sentenziato che è morto il cabaret di destra. Il che è falso».
«Il Bagaglino non è di destra?».
«Abbiamo satireggiato D’Alema, Fassino, Veltroni. Ma anche Berlusconi, Bossi, La Russa. In Italia, se non si è dichiaratamente di sinistra, si passa per destri».
«Restano gli ascolti bassi».
«Da due, tre anni non avevamo quelli soliti. Nell’ultima trasmissione poi siamo andati in onda il Sabato santo, il giorno dopo il lutto nazionale per il terremoto e contro uno spettacolo Rai che fa il 30 per cento di share. Non poteva che finire così».
«È stata l’assenza di Oreste Lionello, morto in febbraio?».
«L’ascolto era già scemato con lui. Oreste ci dava perle preziose ma non era tutto il Bagaglino».
«Si è defilato anche Leo Gullotta, altra colonna», osservo.
«Aveva altri impegni. Mediaset non aveva dato per certo che lo spettacolo si sarebbe fatto. Quando ha deciso lo ha fissato per aprile e non per gennaio come sempre. A quel punto, Gullotta e altri avevano scritture altrove. Io stesso ho fatto i salti mortali».
«Ci sono polemiche tra voi, c’è stanchezza?»
«La nostra forza è la coesione. Siamo felici di lavorare insieme. Anche quando il lavoro è difficile, come mandare a memoria 80 pagine in tre giorni. La stanchezza sta forse nella ripetitività di una formula».
«Il Bagaglino è alla frutta?»
«Non è così. Con Mediaset c’è stato un errore di fondo: siamo sempre andati in onda il sabato. Ma il nostro pubblico è fatto di gente viva, che si interessa, apolitica perché pensa con la propria testa. Esattamente la gente che il sabato sera esce».
«È finita la satira politica?».
«Quella non morirà mai. C’è dal tempo dei greci».
«Se ho ben capito, la colpa sta nella programmazione di Mediaset. Vuole liquidarvi?».
«Le ipotesi sono due: o lo ha fatto per liberarsi di noi; o, trattandosi di solo quattro puntate, le ha messe alla carlona. Peccato».
«Barbara Berlusconi, la prima della seconda nidiata del Cav, ha detto che ai suoi figli non farà vedere i vostri show: troppe veline senza veli».
«Non giudico gli altri che giudicano. Ho una vita interiore in cui il cabaret non è il primo valore».
«Che invece è?».
«La scoperta di sé e il rapporto col trascendente».
«Urpa. Cattolico?».
«Praticante. Ma conosco anche altre fedi e non è solo l’aspetto religioso».
«Andiamo sul difficile. Terra terra?».
«Non credo in ciò che vedo. Credo in ciò che non vedo e soprattutto in ciò che provo. Non siamo esseri umani in cerca di esperienze spirituali. Ma esseri spirituali in cerca di esperienze umane. Questa è la mia vita». Non lo seguo più e prendo appunti alla rinfusa. Per fortuna, arriva la signora Pippo con il caffè per il suo Franco. Un’apparizione. Alta, vestita di bianco, capelli corti. Il giusto numero di anni meno del consorte che ne ha 68. Saluta, si sincera che davvero non voglia nulla e se ne va e com’è venuta, in punta di piedi.
Dica di sé.
«Romano, mamma marchigiana, papà irpino. Quando sono nato papà era in Africa prigioniero degli inglesi. Al suo ritorno avevo sei anni. Dopo sei mesi è morto. Era impiegato al Poligrafico e artista. Ho ereditato da lui l’ironia senza averlo in pratica conosciuto».
Studi?
«Liceo artistico sotto la guida di Guttuso e Turcato. Sono stato legato a Mario Schifani e Tano Testa. Ho pronti degli spettacoli su come si legge la pittura che vorrei rappresentare nei musei».
Lavori?
«Cantante e musicista. Mi mantenevo suonando nei locali notturni. Poi ho smesso e ho disegnato fumetti. Ho smesso anche con i fumetti e mi sono messo a scrivere canzoni ironiche. Di lì è partito tutto».
Sua la famosa «Mi scappa la pipì papà».
«Beppe Grillo ha cominciato cantando le mie canzoni».
Ha recitato in mucchi di film tipo Giovannona Coscialunga...
«Anche con Jack Lemmon sotto la regia di Billy Wilder».
Ha sempre fatto parti comiche. Ma ha anche una vena drammatica, come ha mostrato prima.
«Comico e serietà mi sono propri. Il dramma lo frequento come scrittore. Ho pubblicato diversi libri. Uno serio, Pensieri per vivere. Vari mi hanno detto: “Il tuo libro mi ha salvato la vita”. Ho scritto un dramma su Federico II e uno sul tragico destino del figlio Manfredi».
Lei si è preso spesso in giro per il suo nasone.
«Ironia è non prendersi sul serio».
È andato molto in bianco con le ragazze?
«Non direi proprio».
Con le belle figliole del Bagaglino come si regolava?
«Sempre viste come persone, mai come le vede il pubblico. Le ho aiutate nella loro fragilità».
Per quale ha avuto un debole?
«Quelle con cui ho lavorato di più. Pamela Prati e Valeria Marini, senza dubbio».
Sua moglie come reagisce alle sue scappatelle?
«Il problema non si pone. Noi abbiamo un vero rapporto e io non ho interessi diversi. Tre decenni di convivenza e due figli di 21 e 23 anni».
Al Bagalino ha sempre fatto il narratore, mai l’imitatore.
«Altri lo fanno meglio di me. Io faccio me stesso e ci sono egualmente spazi per l’ironia».
Lionello era formidabile nell’imitazione di Andreotti e del Cav. Che hanno fatto i due alla sua morte?
«Al funerale non c’erano. C’era solo il sindaco Alemanno».
Tra i nuovi politici chi si presta alla scimmiottatura?
«Purtroppo, non ci sono più i grandi della prima Repubblica e gli attuali cambiano come meteore».
Tra le donne?
«La Iervolino, mannaggia, è uscita di scena. Rosy Bindi è usurata sotto il profilo caricaturale. Le ultime che abbiamo preso di mira sono Gelmini e Carfagna. Poi dicono che siamo di destra!».
Tra voi, l’unico di sinistra è Gullotta. Vi sopportate?
«Benissimo. Non abbiamo mai parlato di politica. Siamo uomini liberi che vogliono restare tali. Le etichette ce le danno i giornalisti che già nella domanda hanno la trappola incorporata».
Cos’è politicamente?
«Non amo il comunismo, né il fascismo. Sono un uomo libero pronto a dire a chiunque ciò che non va».
Nel 2006 si è candidato con la Dc di Rotondi. Ci mancava anche lei a Palazzo Madama!
«Un atto di cortesia. Speravo di non riuscire. Mi avrebbe cambiato troppo la vita».
Infatti, è stato trombato.
«E ho tirato un sospiro di sollievo».
Chi è più da cabaret, Di Pietro o Franceschini?
«Di Pietro. Si esprime in un modo oltre le righe che è già di per sé uno sketch da cabaret».
Il Cav o Fini?
«Il Cav. Tutto ciò che fa è eclatante. Anche come lo fa. La bandana, le veline, le donne che mette in politica. Come difende le idee e minimizza le gaffe. Finisce sempre per avere ragione. Ci prende per stanchezza».
Veronica Lario lo ha mazziato.
«Ciò che sembra ritorcersi contro di lui, si traduce poi in un consenso. La gente ama il gossip e lo antepone ai propri problemi. Chi ne è al centro è amato. Non c’è più passione politica».
A chi dei due dà ragione?
«Lei ha torto ad agitarsi pubblicamente. Lui a farsi chiamare "papi" da una ragazzina».
Se il Bagaglino chiude lei va ai giardinetti?
«Cosa sono i giardinetti?»
Le panchine dei pensionati.
«Come osa? Sfacciato. Il Bagaglino non chiuderà. Ci siamo da 45 anni. Ci apprestiamo a raddoppiare».