Le intuizioni del premier

La maggioranza di Berlusconi realizzatasi per la prima volta nelle elezioni del ’94 è stata a lungo respinta dal sistema politico italiano sia in sede costituzionale che in quella dei poteri economici finanziari e dei partiti come illegittima rispetto all’acquisito politico della Costituzione repubblicana e della sua evoluzione nella prassi. La delegittimazione di quella maggioranza sino a porla in crisi più volte ha avuto protagonisti politici i postcomunisti e i democristiani di sinistra che sono riusciti a prevalere con Romano Prodi.
Ma oggi la maggioranza di Berlusconi è divenuta la sola maggioranza esistente fondata su fattori che potremmo definire strutturali e non meramente congiunturali. Il fatto più rilevante è quello più recente, cioè la crisi del sistema finanziario mondiale. Non è la crisi del capitalismo e dell’economia di mercato, ma richiede un ruolo istituzionale sia a livello dei singoli Paesi che del sistema globale. I governi nazionali divengono gli attori fondamentali del sistema sia per il governo dei singoli Paesi sia per la partecipazione alla formazione delle regole di governo dell’economia mondiale. Le istituzioni interstatali, dalle Nazioni Unite all'Unione europea, possono essere efficaci nella misura in cui lo sono i governi all’interno delle singole nazioni. Ciò li rafforza anche rispetto ai poteri regionali e locali che stavano emergendo nel quadro dell’economia globale che funzionava sulle regole delle banche. E non comportava un così accentuato ruolo dell’autorità istituzionale.
La vittoria elettorale dell’attuale maggioranza indicava già che nel sentimento del Paese prevaleva la convinzione che un declassamento del Paese a livello economico mondiale avrebbe peggiorato le condizioni di tutti. I temi della classe, della protesta, dell’anticapitalismo e della rivoluzione cadono negli anni Duemila come erano caduti negli anni Trenta. La sinistra italiana, che sulla alternativa di sistema ha sempre impostato la sua memoria rivoluzionaria in chiave postcomunista, perde le sue basi di fronte al mondo del lavoro preoccupato del sistema Paese come fondamento della sua condizione sociale.
Un altro fattore di crisi è il tema dell’immigrazione. La sinistra si è posta come partito degli immigrati e ha cercato la sua solidarietà nelle istituzioni cattoliche in questa chiave. Ma in tutta Europa il problema dell’immigrazione è sentito come un problema politico. Il diritto di emigrare ha dei limiti come il dovere di accogliere. Non si può teorizzare un diritto di immigrazione assoluto e un dovere di immigrazione assoluto. Se lo stupro è associato all’immagine dell’immigrazione in Italia, non è dovuto solo ai singoli episodi ma dal fatto che l’immigrazione, protetta dalla sinistra da parte del mondo cattolico, è avvertita come invasione. Affrontando una politica ferma sull’immigrazione regolare, il governo risponde a una necessità sentita in tutti i Paesi di immigrazione, specialmente quelli mediterranei. La legalità dell’immigrazione è giustamente impostata come fondamento della sua legittimità.
In un quadro in cui i problemi della sicurezza si pongono in modo più grave sia sul piano del governo dell’economia che in quello dell’immigrazione il governo ha diritto che l’interpretazione della Costituzione escluda la partecipazione del Presidente della Repubblica al governo e lasci piena responsabilità a quel ruolo di legittimazione della maggioranza che è il fondamento della democrazia.
La questione cattolica è stata risolta dalla nuova maggioranza con il tema della «laicità attiva» (per usare le parole del presidente della Camera Gianfranco Fini), cioè del riconoscimento del ruolo della Chiesa nella società italiana. Con ciò si è superata l’idea del partito dei cattolici agitata ancora da Casini e a cui sembra inclinarsi persino la sinistra facendo di un democristiano il leader della sinistra italiana. La Chiesa di Papa Ratzinger punta sulla laicità delle istituzioni pubbliche e non sulla confessionalità di un partito.
Sono questi alcuni fattori che mostrano come la maggioranza di Berlusconi si fondi su fattori strutturali che sono emersi con la grande crisi finanziaria ma che preesistevano e che Berlusconi aveva intuito prima che essi fossero così pienamente in atto.
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