«Inutile richiamarsi a Fiuggi quei valori vanno aggiornati»

Francesco Kamel

da Roma

Silvano Moffa, 54 anni, sottosegretario del ministero delle Infrastrutture, è uno dei pochi esponenti di An «fuori dalle correnti».
Che cosa si aspetta dall’assemblea nazionale del partito?
«Una riflessione politico-culturale per aggiornare i nostri valori e dare una risposta ai grandi problemi contemporanei. Dobbiamo recuperare gli anni persi dopo il congresso di Bologna, tutto proiettato a gestire l'interno del partito».
Di che ha bisogno An?
«Di delineare un percorso politico. Di uscire dall'afasia progettuale. Di coniugare moderazione e modernizzazione senza cedere alle tentazioni del radicalismo e galleggiare nell'immobilismo».
Ha fiducia in Fini?
«Senza Fini e contro Fini non si va da nessuna parte».
E sul referendum?
«Pur avendo fatto una scelta diversa da Fini lo rispetto».
Gli ha parlato in questi giorni?
«Fini è molto sereno. Sbaglia chi insinua che non abbia in testa un vero progetto».
An perderà voti dopo tutte queste polemiche?
«Sì, se ci laceriamo su un livello basso. Se invece ci dividiamo sulle idee ben venga anche una contrapposizione interna».
C’è il rischio che dietro lo scontro in atto ci sia una guerra all’ultimo collegio?
«Se si dovesse giungere a una tregua basata sulla divisione delle candidature sarebbe un disastro. Sarebbe una scelta autolesionista e porterebbe ulteriore declino».
All'assemblea è meglio ricorrere al voto segreto o palese?
«Voglio un confronto aperto e di livello. Non una conta».
Nel suo partito in molti sembrano in crisi d'identità...
«L'aspetto identitario è importante ma non prevalente. Noi abbiamo bisogno di un nuovo inventario di valori, di contaminazioni e di assimilazioni culturali».
Che pensa del richiamo a Fiuggi?
«Fuori luogo perché a Fiuggi ci stavamo dieci anni fa. Si è chiusa una fase e la destra ha sempre guardato al futuro. Oggi il tema per An non è più quello dell’evoluzione ideologica ma della sua collocazione politica. La difesa dell’identità e una certa tendenza allo “sconfittismo” rischiano di emarginarci in una posizione di nicchia».
Partecipa alla controffensiva dei cattolici di An?
«Non mi piace l'uso strumentale dei valori della fede trasportati sul piano politico. È una visione “passatista”. Abbiamo bisogno di spiritualità e non di fondamentalismi».
E sul problema organizzativo?
«Il presidente deve avere massima libertà d'azione. Ci vuole un colpo d'ala di Fini per far ripartire il partito».
Perché ce l'ha tanto con le correnti?
«La degenerazione correntizia ha soffocato molte energie e ha minato l'etica comportamentale».
Oltre alle correnti a che è dovuta la crisi di An?
«An deve tornare a fornire soluzioni concrete ai problemi. E poi c'è una “domanda di senso”, per dirla con Husserl, che va intercettata. Gli italiani non vivono male ma hanno paura del futuro. E poi An ha un compito storico».
Quale?
«Contribuire a superare la fase di transizione avviata dopo il crollo della Prima Repubblica e traghettare il Paese in un nuovo sistema politico. A Fiuggi sono state posate le premesse per svolgere questo compito ma ancora molta strada va fatta. Il vero carattere della storia, ammoniva Paul Valéry, è di partecipare alla storia stessa: “Solo per l'uono che scopre in sé una passione per il futuro l'idea del passato assume un senso e costituisce un valore”».