Io amavo l’hashish e vi dico: odiatelo

Cari ragazzi, ho pensato di scrivervi questa lettera perché vi conosco. Non sono un sociologo né un addetto ai lavori. Sono soltanto un uomo (non un Peter Pan) che si è mantenuto giovane: cioè fuori dai conformismi, dal potere, dalle consorterie, dalle zavorre ideologiche, dalle ipocrisie, dagli schifosi compromessi proprio come voi, perché mi ostino a credere che la giovinezza sia velocità, leggerezza, bellezza, naturalezza e dunque rappresenti una delle poche ragioni per le quali la nostra società ha diritto di esistere. Però a un patto. Che la si smetta di bucarla e sporcarne il corpo con la droga, anche con la cosiddetta «droga leggera»: perché l’hashish fa male.
Io so, cari ragazzi, che per voi il quotidiano è un carcere, so che spesso i vostri genitori non vi capiscono o sono troppo invadenti, so che la vostra adolescenza è attraversata dal dubbio che la vita sia «infelice». So dunque che per voi tutto questo rappresenta un muro invalicabile che (spesso) può essere infranto con «lo spinello». Anche io facevo così a sedici anni. Anzi, quando nel 1973 parlavo di hashish, i miei coetanei e non scappavano via come se gli gettassi addosso una cacca di cane. Anche io volevo rompere «il muro» dell’infelicità per trovare «tutto», nel tentativo di essere sempre più leggero, intuitivo, veloce con le automobili, bravo a letto e bello alle feste con le ragazze. Ma l’hashish mi ha fatto male. Mi ha colpito giorno dopo giorno, spinello dopo spinello al fegato, come un pugile sprovvisto del ko ma dotato di una furbizia perversa. L’hashish che fumavo - quello buono: nepalese, afghano, pachistano - era già allora (oggi in quantità superiori) mischiato con le anfetamine, con gli allucinogeni. Così andava a finire che invece di abbattere il «muro dell’infelicità», la droga leggera ha abbattuto il mio sistema neurovegetativo.
Io so che «sballati» siete più fighi. So che ogni cosa vi sembra più divertente e so anche che alcuni di voi entrano nelle cose, dentro le cose, con una chiarezza superiore. È vero. È così. Sarebbe da ipocriti affermare il contrario. Queste sensazioni le ho provate pure io. Sono vere e belle, appunto, ma si possono ottenere anche senza l’hashish. Perché si può entrare «dentro» con la concentrazione, la leggerezza, con la libertà del nostro corpo e della nostra mente.
L’hashish fa male. Pensate, a distanza di molti anni, anche scrivere hashish mi dà fastidio, sbaglio a scrivere la parola. Una sera ricordo che le braccia mi si affondarono, mentre la testa cadeva giù come se in questo round quel pugile avesse trovato il colpo del ko. Così iniziò per me una lunga stagione di attacchi di panico (nessuno sapeva cosa fossero, né cosa mi stava capitando), di paranoia (dopo anni ho capito che era lei la bestia nera), di solitudine causata dalla difficoltà della mia vita psicologica ed emotiva.
Cari ragazzi, voi non avete bisogno dell’hashish né di nessuna droga, perché avete la fortuna di essere già drogati. Ma di vita, non di sostanze stupefacenti. Voi avete per natura la forza di fare e essere tutto. Potete ballate e cantare; studiare e non; andare allo stadio o fregarvene del pallone... L’hashish (pensateci) è come una cacca puzzolente. E poi ha ragione il vecchio (ma giovanissimo) Schopenhauer: «Una vita felice è impossibile. Il massimo a cui si può arrivare è una vita eroica». Allora mandate a quel paese la stupida felicità della droga. Puntate in alto. Non vi fate fregare. Potete conquistare il mondo. Anche se il mondo rimarrà quello dentro di voi. Questa è la scommessa. Il resto è noia.
Aurelio Picca