Io, che idiota a credere in un Pirata

Confessione di un idiota. Che sarei io. Sono uno di quegli ottusi che si ostinano ad amare la bicicletta. La amo da tanti anni, la amo da sempre, molto prima che politici, economisti ed ambientalisti arrivassero - un paio di settimane fa - a spiegarmi quanto sarebbe importante, risparmioso e salutare usare la bicicletta. Utilizzo questa strana macchina per curare un poco il mio fisico, ma soprattutto la mia serenità interiore. La definirei il mio attrezzo di libertà. Quando ne ho bisogno, lei c'è. Cinquanta, settanta, novanta chilometri, su è giù per vallate. Si va via in silenzioso accordo e torno un po' migliore. Più leggero, più contento.
Ovviamente, amando la bicicletta, amo tantissimo anche le storie di bicicletta. Le ho seguite da piccolo come semplice sognatore, le seguo da molti anni anche come assiduo raccontatore. Da perfetto idiota, mi ostino a raccontarle anche dopo dieci anni di scandali, blitz e inchieste. Di vicende malavitose. Quest'anno cade persino il simpatico anniversario del famoso scandalo Festina, Hiroshima del doping, madre di tutte le vergogne.
Ogni tanto, da vero idiota, mi ritrovo proprio come adesso: a spazzare via con scopa e paletta i quattro cocci di un campione che fu. In quest'ultimo caso, il campione non era ancora definito e definibile. Diciamo che stava ancora allo stato embrionale. Ma tanti - almeno questa fesseria, però, io me la sono risparmiata - si erano già affrettati a battezzarlo come il nuovo Pantani. Fare del sarcasmo adesso è facile e dozzinale. Tutti diranno sogghignando che davvero Riccò è il nuovo Pantani. Al Tour come a Madonna di Campiglio: la bella storia che finisce tra i gendarmi. Rispetto a quella di Pantani, però, questa manca penosamente di tutta la parte centrale: le grandi vittorie, le grandi cadute, le grandi riscosse. Riccò ripropone solo gli inizi e passa velocissimamente alla fine, sperando ovviamente si fermi a quella sportiva.
Tutta la sua breve carriera è un continuo richiamo al mito di Cesenatico: quando Marco vince il Tour del 1998, Riccardo ha tredici anni e comincia a sognare di imitarlo. Col passare degli anni, nelle categorie giovanili, si trova già in strane storie di ematocriti troppo alti, tanto che il suo passaggio tra i professionisti diventa difficile. Per superare la diffidenza, deve andare una settimana intera in Svizzera, per farsi rivoltare come un calzino dai medici della federazione internazionale. Dopo gli esami, ne esce effettivamente con un certificato che lo assolve: i suoi valori sarebbero naturalmente alti. Può finalmente fare il salto nel grande ciclismo.
Ed eccoci agli inizi della storia. Riccò li vuole in tutto e per tutto simili a quelli del suo campione di riferimento. Quando scatta in salita, tiene le mani sul manubrio dove le teneva lui, dove non le tiene nessuno. Ma ovviamente non si limita a questo. Di Pantani prende pure il massaggiatore, il che nell'ambiente non viene letta come scelta di candore. Oltre alla posizione in salita, di Pantani assume poi la posa. Prima e dopo le corse, ama recitare la parte dell'imprevedibile, del naif, del cane sciolto, del fuori dal coro. Ancora prima di Pantani, per la verità: subito, a inizio carriera. E anche in modo molto più spinto di Pantani. In questo, l'allievo supera abbondantemente il maestro. Agli esordi, Riccò dipinge subito i colleghi più o meno come una consorteria di smidollati rubastipendio. Non è un caso che da lì in poi nessuno riesca più a digerirlo. E non è nemmeno un caso che adesso, a botta ancora calda, tutti quanti se ne guardino bene dal brandire la solita solidarietà corporativa e omertosa: non pare vero, al gruppo, di vedere il bulletto finire nella polvere. Il suo secondo posto al Giro? Anche quello, ora, ha una spiegazione sin troppo elementare. Tutto torna.
Gli inizi pantaniani, un rapidissimo salto di vita, ora lo stesso epilogo di vergogna. Il nuovo fenomeno è già dissolto, incenerito come un'effimera moda estiva. Ma a me, che sono un idiota, nemmeno questa disillusione serve molto. Di certo non sarà un Riccò qualunque a levarmi dalla testa la bicicletta e le storie di bicicletta. Per gente ottusa e pervicace come me, i Riccò possono tranquillamente andare all'inferno. Non vedo perché, di fronte alle truffe di questa brava gente, io dovrei smettere di coltivare una passione.
Se ne vadano loro, non noi. Difatti, da tempo penso che l'unica idea buona per arginare il doping sportivo sia l'immediata radiazione dei truffatori. Se non riescono a salire in montagna con la bicicletta, ci vadano con le pecore. Tornino alla pastorizia. Adesso, invece, barare conviene ancora: un ragazzo di ventitrè anni, rischiando un poco, può comunque sistemarsi per la vita. Sua e di un paio di generazioni. Riccò, rischiando un poco, aveva già firmato un contratto triennale: seicentomila euro a stagione. Senza aver combinato niente di epocale. Il rischio vale la candela, questa la penosa verità: anche considerando che fra due o tre anni, cioè quando ne avrà ventisei, cioè nel fiore degli anni, potrebbe persino ricominciare da capo.
No, vanno buttati fuori a calci nel didietro. Per me, che sono un idiota, non c'è alternativa. Nessuna indulgenza, nessuna comprensione, nessuna pietà. Tolleranza sottozero. Noi ottusi e pervicaci possiamo fare a meno dei «campioni ematici»: continueremo a guardare i Cunego, i Bettini, gli Evans. Fino a prova contraria. E Riccò? Dopo aver pensato per diversi anni d'essere molto furbo, dovrà rassegnarsi a sentirsi come me: molto idiota. Con una differenza. Io posso continuare, lui esce di scena. Ha il cognome giusto: Riccò, un passato remoto.