Io comunista non mi fido di Veltroni

Walter Veltroni ha solo 52 anni, nel ’68 era un ragazzino, aveva 13 anni, non faceva ancora il liceo. Però Walter è stato un ragazzo precoce, aveva un fratello più grande e seguiva le sue tracce. Gli è sempre piaciuto mostrarsi un po’ più vecchio di quello che è. Per esempio adora ricordare la morte dei Kennedy come passaggio chiave della sua formazione sentimental-politica, eppure quando morì John aveva otto anni e quando morì Bob non ne aveva compiuti ancora tredici. Così Walter nel ’68 già era impegnato in politica. Però era un moderato, il movimento studentesco non gli andava a genio. Non gli andavano a genio quei metodi, quei fuochi di rivolta, certe ideologie, Mao, gli estremismi.
C’è una intera generazione di dirigenti prima del Pci, poi dei Ds, ora di questo nuovo Partito democratico, che pur essendo ragazzi nel ’68, e pur essendo appassionati di politica, non fecero il ’68, ma preferirono mettersi su un lato a guardare, decisero di iscriversi alla Fgci e fare i funzionari seri e saggi di quel partitino di giovani che imitava i riti dei grandi (la Fgci era l’organizzazione giovanile del Pci). (...) Io, un po’, ho sempre sospettato di quelli che avendo vissuto l’adolescenza in pieno ’68, e amando la politica, preferivano Luigi Longo a Cohn Bendit. (...) Mi sembra gente senz’anima, che non chiede alla politica qualcosa di importante, cioè la rivolta, il cambiamento, il progetto, l’impegno, gli chiede solo amministrazione, carriera. A me sembra gente che non crede alla politica. Forse intendeva dire questo, Walter, quando ha detto di non essere mai stato comunista. Intendeva dire cioè che non ha mai pensato che la politica fosse lo strumento della speranza e del cambiamento, l’ha sempre solo considerata una via del potere. Se intendeva questo, non ha mentito. Lui è così. Se invece intendeva dire proprio che non è mai stato comunista, allora era una bugia enorme. C’è stato dentro fino al collo, era dentro i riti brezneviani. (...)
Walter è intelligente, ha capacità di lavoro mostruose, ha incredibili doti di relazione e di comunicazione, e poi un amore vero, fortissimo, limpido - nel senso che non è affatto torbido, lo dico senza ironia - per il potere. Walter adora il potere, la possibilità di comandare, di dirigere, di lasciare il suo segno. Su questo piano - per determinazione, lucidità, capacità organizzative, lungimiranza - non ha rivali a sinistra. D’Alema è un dilettante. Forse il suo unico vero rivale è Berlusconi. Però Walter ha un problema, e io sono convinto che questo problema, questo limite della sua personalità, gli impedisca di fare il grande salto, di diventare un leader vero, autentico, come lo sono stati Berlinguer, De Gasperi, Moro, Togliatti, Nenni e anche Craxi. Walter adopera la parola «vision» a ogni piè sospinto, ma non possiede neanche l’ombra di «vision», e oltretutto non la ritiene per niente importante. A Walter interessa la sovrastruttura della politica, i suoi meccanismi, le vie della comunicazione e alcuni aspetti - non tutti - della cattura e dell'organizzazione del consenso. Non gli interessa affatto la storia, la lotta delle classi, l’organizzazione degli interessi, lo Stato, la comunità, la riforma. (...)
Walter entra in politica penso a 13 o 14 anni. A 17 è già un dirigente di rilievo nella Fgci romana. (...) Nel ’76, a ventun anni, Walter entra in consiglio comunale, è il pupillo di Petroselli. A 25 anni è il viceresponsabile della stampa e propaganda del Pci, a livello nazionale ruolo importantissimo. (...) Ho conosciuto bene Walter quando è venuto all’Unità. Io allora ero vicedirettore, il direttore era Renzo Foa. Io ero contrario all’arrivo di Walter, per tante ragioni, prima di tutto per la battaglia che avevamo fatto in quegli anni per l’autonomia del giornale, alla quale credevamo e che ci sembrava ricevesse un colpo mortale (...). L’operazione di Walter era chiarissima e tutt’altro che fessa: fare dell’Unità un giornale politicamente leggero, poco impegnato - anzi per niente - nel campo delle idee e dell’elaborazione del pensiero, forte nell’intrattenimento, nel ringiovanimento, nel rapporto con la cultura intesa nel suo lato spettacolare. Fu così che nacque lo straordinario successo delle figurine dei calciatori e poi delle videocassette e altre iniziative editoriali analoghe, brillantissime e leggere. Per l’Unità forse non si prospettava un grande futuro (qualche anno dopo, infatti, chiuse) ma un giornale fatto in quel modo fu utilissimo per Veltroni per farsi una immagine molto diversa da quella del ragazzetto sveglio figlio dell’apparato comunista. Si presentò come un uomo più vicino a Paolo Villaggio (che aveva una rubrica fissa sul giornale) che ad Enrico Berlinguer. Firmò la sua trasformazione e il suo riscatto.
Poco dopo passò alla «politica superiore», entrò nel governo e poi diventò segretario dei Ds, quando il suo rivale D’Alema lasciò il partito per Palazzo Chigi. (...) E sulla sua avventura romana, sul suo modello per Roma, troverete tutto nelle pagine seguenti.
Piero Sansonetti
direttore di "Liberazione"