"Io, condannato a morte perché denuncio i terroristi"

Magdi Allam è musulmano, ma anche amico d’Israele. Ha chiamato Davide il terzo figlio. Bollato come traditore, solo perché scrive contro gli estremisti islamici, vive "prigioniero" in una villa del Lazio

Il condannato a morte ha individuato per la sua ora d’aria quotidiana un percorso, che definire della salute sarebbe troppo, fra cortile e garage di questa villetta ben mimetizzata dentro un paesino della campagna laziale. «Sono 250 metri, misurati. Faccio quattro giri. Un chilometro. Sedici giri, 4 chilometri». Fuori non può passeggiare. Ha dovuto dire addio anche alla montagna, al ristorante, al cinema. Sul cancello c’è la camionetta dei carabinieri o della polizia, 24 ore su 24, come davanti alle ambasciate e agli altri obiettivi sensibili. Dal 7 gennaio proverà a evadere aprendo un sito Internet che si presenterà con questo epitaffio: «L’Occidente è in preda all’ideologia del relativismo cognitivo, etico, culturale e religioso che non distingue il vero e il falso, il bene e il male, la buona e la cattiva azione. È arrivata l’ora di assumerci la responsabilità storica di agire da protagonisti per liberarci dalle ideologie suicide e omicide».
Sul capo di Magdi Allam pesa da quattro anni una fatwa emessa dai terroristi di Hamas, acronimo che in arabo significa «movimento di resistenza islamico»: gli uomini-bomba degli attentati contro gli ebrei. Lui non fa nulla per distogliere da sé i sospetti di apostasia e tradimento. Mi viene incontro tenendo fra le braccia il figlioletto di 5 mesi, al quale ha voluto imporre il nome del re d’Israele che per primo posò gli occhi su Gerusalemme: Davide.In salotto tiene una tela antica raffigurante un cardinale. Sul marmo del camino fa bella mostra una Madonna di bronzo del ’700 con la mano destra mozzata, un presagio di ciò che i fondamentalisti vorrebbero fare al padrone di casa per impedirgli di scrivere sul Corriere della Sera e di pubblicare libri dai titoli espliciti: da Bin Laden in Italia a Kamikaze made in Europe, fino ai recenti Vincere la paura e Viva Israele.

Mi bacia con trasporto sulle guance, secondo l’usanza araba, e mi presenta la seconda moglie, Valentina Colombo, sposata civilmente lo scorso 22 aprile («giorno del mio compleanno, ho festeggiato i 55»), islamista che ha insegnato in varie università, traduttrice di quattro romanzi del premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz. Dal precedente matrimonio erano nati Sofia, 27 anni, e Alessandro, 23. «Se tu fossi venuto domani, avresti trovato il presepio e l’albero di Natale», quasi si giustifica. Ormai scrive da casa sua («chi vuol fare il giornalista, deve stare alla larga dai giornalisti, io vado in redazione a Roma solo per incontrare qualche persona») e si sorprende a sentire da dove arrivo: se è diventato quello che è - un musulmano che ragiona da cristiano - lo deve anche a un santo, Daniele Comboni, partito dalla mia città nel 1857 per convertire l’Africa e liberarla dallo schiavismo. «Io sono nato al Cairo e dall’asilo alla quinta elementare ho studiato presso le suore comboniane, le Pie Madri della Nigrizia, e poi, fino alla maturità scientifica, in collegio dai salesiani, grazie ai buoni uffici dei Caccia, italiani facoltosi del ramo tessile che vivevano in Egitto da generazioni. Mia madre lavorava da loro come bambinaia. Si chiamava Safeya Ahmed El Sayed. Invece mio padre, Mahmoud Ahmed, faceva l’autista».

Magdi Allam è cittadino italiano dal 1986 ma vive nel nostro Paese da 35 anni. «Avevo sete di libertà. Tu pensa che cosa significa, per un ragazzo di 15 anni, passare una giornata nelle mani del Mukhabarat, il servizio segreto egiziano, sottoposto a un durissimo interrogatorio con l’accusa d’essere una spia d’Israele».
Che avevi combinato?
«Parlavo al telefono in francese con la mia fidanzatina del Cairo. Senza sapere che era sì egiziana però ebrea. Immagina tu nel 1967, con la guerra dei sei giorni... Ma a me che importava della religione? Ero solo innamorato».
Come sei diventato giornalista?
«Arrivai a Roma con una borsa di studio del governo italiano e mi laureai in sociologia alla Sapienza. Il padre del mio miglior amico era Lamberto Antonelli, caporedattore dell’agenzia di stampa Montecitorio. Mi offrì di tradurgli le notizie dai giornali arabi. Un giorno portai un bollettino ciclostilato al capo degli esteri di Repubblica, il compianto Giorgio Signorini. C’era dentro un mio commento sull’occupazione della moschea alla Mecca. Me lo pubblicò».
E così finisti a Repubblica.
«Devo tutto a Signorini: collaborazioni, iscrizione all’Ordine, assunzione. E anche le 50.000 lire che nel 1980 mi anticipò di tasca sua per comprare il latte in polvere a mia figlia Sofia appena nata, che altrimenti sarebbe morta di fame. Ero sposato da poco, l’agenzia mi pagava solo 100.000 lire al mese e con settimane di ritardo».
Ora sei vicedirettore «ad personam» del Corriere. Si vergognano a metterti nella gerenza?
«L’avrei auspicato. Ma la qualifica è simile a un titolo di merito, non ho mansioni esecutive. In Italia il formalismo prevale sulla sostanza e le regole sindacali su tutto».
Dei cinque pilastri dell’Islam, quali osservi?
«Mai stato praticante. Mai pregato cinque volte al giorno col capo rivolto verso la Mecca: solo di rado in moschea. Mai digiunato durante il Ramadan. Nasco musulmano in quanto figlio di musulmani, ma sono come mio padre, che pregava poco o niente e beveva, anche troppo. A differenza di mia madre, che era religiosa al limite del fanatismo e ha voluto essere sepolta a Medina, la seconda città santa dell’Islam, accanto alla moschea che custodisce le spoglie di Maometto. Un trauma profondo, per me».
Perché?
«È un cimitero senza nomi. La dottrina wahabita, religione ufficiale in Arabia Saudita, è ferocemente ostile al culto dei morti. Mentre seppellivo mia madre nella terra, avvolta solo da un lenzuolo, sapevo già che, senza una lapide, non avrei più avuto un luogo esatto su cui piangerla. Ho potuto appoggiare nel punto dell’inumazione solo un sasso, uguale a tanti altri». (Ha gli occhi lucidi).
Il grande pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella vita, l’hai fatto, lo farai?
«Lo feci con mia madre nel 1991. Ricordo ancora quei sette giri attorno alla Ka’ba e il bacio della pietra nera. Una grande ossessione per il rito, la ricerca spasmodica di un luogo fisico che sostanzi la divinità. La stessa scena vista a Medina, al mausoleo di Maometto. I fedeli cercano di sfiorarlo, portandosi poi la mano alla bocca per introiettare la grazia nel corpo. I soldati hanno l’ordine di impedirlo, sempre per il tabù wahabita che circonda morti e reliquie. Davanti alla grata si combatte ogni giorno una vera e propria battaglia fra una religione che vorrebbe riaffermare un Dio irraggiungibile e l’essere umano che ha invece necessità di toccarlo con mano».
I tuoi nemici hanno messo in giro la voce che sei un cristiano copto.
«In Egitto, dove i copti rappresentano il 10% della popolazione, non sono mai stato costretto a declinarmi come musulmano. Solo qui in Italia mi chiedono se lo sono. Io penso che la persona debba prevalere sulla sfera religiosa. Non so nulla dei copti e non ho mai messo piede in una loro chiesa».
Ti accusano anche d’aver accettato il premio Grinzane Cavour degli infedeli bevitori, sponsorizzato dalla Martini e Rossi.
«Sono astemio, ma per motivi di fegato. Due versetti del Corano parlano del vino: uno lo legittima, uno lo sconsiglia. In Arabia Saudita, dove l’alcol è bandito, i profumi occidentali sono venduti, caso unico al mondo, in bottiglie da mezzo litro: servono ai distillatori clandestini per ricavarne liquori».
Perché hai scritto Viva Israele?
«Perché da condannato a morte ho riflettuto a lungo sul valore della vita. E ho scoperto che all’origine dell’ideologia di odio, violenza e morte c’è la discriminazione di Israele. Tutti hanno diritto di esistere tranne lo Stato ebraico e i suoi abitanti. La sacralità della vita è il fondamento della nostra umanità. Oggi Israele è il paradigma del diritto alla vita».
Nel 2006 hai vinto il premio Dan David, istituito dall’omonima fondazione israeliana: 250.000 dollari. L’anno dopo hai pubblicato questo libro. Qualcuno potrebbe scambiarlo per un gesto di riconoscenza.
«Dan David è un imprenditore che vive in Italia, ha fatto fortuna brevettando le macchinette per le fototessere. I premiati sono prescelti da una commissione formata dall’Università di Tel Aviv e dal ministero della Cultura francese. Ho condiviso il premio di un milione di dollari con il collega polacco Adam Michnik, una giornalista cilena di sinistra e un musulmano indonesiano dissidente e il 10% l’abbiamo devoluto a studenti bisognosi. Chi mi legge sa che difendo il diritto all’esistenza di Israele da molto prima del 2006».
Che cosa vuole il terrorismo islamico? La cancellazione di Israele o la sottomissione dell’Occidente?
«Sicuramente la distruzione di Israele è negli statuti di Hamas, di Hezbollah, del partito Baath capeggiato dal presidente siriano Bashar al-Assad e nei piani dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad, in questo momento il peggiore degli Stati canaglia. Ma poi c’è il terrorismo dei taglialingue, non dei tagliagole, che vogliono piegare il mondo al loro arbitrio, impedendo alla gente di esprimere qualsiasi valutazione critica sull’Islam, come dimostra ciò che è accaduto dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. Questo fascismo islamico in giacca e cravatta è più pericoloso e più subdolo, parla bene, si fa finanziare dallo Stato, sfrutta le regole della democrazia per abbatterla».
Perché in ogni articolo te la prendi con l’Ucoii, l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia?
«Sono fermamente convinto che rappresenti la principale minaccia. Attraverso la rete di moschee che controlla, mira a creare uno Stato teocratico islamico all’interno dello Stato di diritto, con regole, valori, leggi e identità differenziate per i musulmani. Si considera un corpo distinto dal resto della società».
Dunque ha sbagliato l’allora ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, a inserire l’Ucoii nella Consulta islamica e sbaglia l’attuale, Giuliano Amato, a tenercela.
«È stato un errore madornale. Semmai c’erano tutti i presupposti per dichiararla illegale. Amato l’ha capito e ha sospeso i lavori della Consulta. Non ne poteva più del presidente dell’Ucoii, Nour Dachan, che stendeva i documenti come se fosse lui il ministro e poi glieli presentava col nome di Amato già scritto in calce, ingiungendogli di ratificarli».
Tu sostieni che il segretario dell’Ucoii, Roberto Hamza Piccardo, è responsabile della fatwa emessa contro di te, avendoti bollato come kafir, miscredente, e murtadd, apostata. Lui ti ha querelato una decina di volte e mi ha detto che ti atteggi a martire per interesse.
«L’Ucoii è la referente di Hamas in Italia. Il generale dei carabinieri Mario Mori, comandante del Sisde, chiamò nell’aprile 2003 il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, chiedendogli di farmi rientrare subito dal Kuwait: in un’informativa risultava che Hamas mi aveva individuato come nemico da eliminare fisicamente per le mie reiterate critiche al terrorismo palestinese».
Condannato a morte da un venditore ambulante di Corani, è mai possibile?
«I nostri servizi segreti hanno messo le mani sui piani per uccidermi. Dev’essere ben chiaro che non è la persona minacciata a chiedere la scorta, è lo Stato a importela quando ritiene che tu sia in pericolo. All’inizio erano due carabinieri. Oggi sono sette, due dei quali mi seguono persino nei viaggi all’estero. Primo livello superiore, nella classificazione del Viminale. Un corteo di tre auto blindate, di cui farei volentieri a meno. Coloro che mi vogliono morto sono parecchi e sono qui in Italia».
In un’interpellanza il senatore Luigi Malabarba di Rifondazione comunista ti ha dipinto come un mitomane, dal momento che Hamas non ha mai agito al di fuori dei territori della Palestina mandataria.
«Non sa di che parla. I due attentatori che nel 2003 si fecero esplodere in un caffè di Tel Aviv erano stati arruolati da Hamas in Pakistan, come hanno rivelato loro stessi nel testamento videoregistrato. Il Sisde s’è mosso sulla base di segnalazioni pervenute dai servizi segreti egiziani, ben infiltrati a Gaza. Non dimentichiamo che su 500 terroristi suicidi saltati in aria dal 2003 all’anno scorso, 150 erano cittadini britannici, 50 francesi e 8 maghrebini residenti in Italia».
È vero che ti sei proposto come ministro a Silvio Berlusconi quand’era premier?
«Nel 2005 dissi a Berlusconi che ero disposto a un’esperienza politica se avesse creato un ministero dell’Identità nazionale e dell’Integrazione. L’idea gli piacque molto. Ma fu dissuaso da Pisanu, offeso dai rimproveri che gli avevo mosso per aver inserito l’Ucoii nella Consulta islamica. Adesso lo ha creato Nicolas Sarkozy in Francia, quel ministero, con la stessa denominazione. Dovrei rivendicare il copyright».
Hai paura?
«No. Il loro obiettivo è proprio questo: inocularti il terrore. Ma finché si resta liberi dentro, si è liberi davvero».
E tua moglie?
«Neppure lei. Condivide in toto la mia missione, uso questa parola grossa».
Che cosa farete il giorno di Natale?
«Lo passeremo chiusi in casa. Valentina è cattolica, ma non è praticante, non va a messa. Sulla nascita di Gesù c’è questa straordinaria comunanza spirituale fra Cristianesimo e Islam».
Una volta ti sei persino accostato all’eucarestia.
«Sì, al Cairo, avrò avuto 13-14 anni. Agii d’impulso, pur sapendo che era un atto blasfemo, non essendo io battezzato. Ho sempre provato attrazione per la religiosità, anche quando mi sono professato ateo o agnostico. Oggi sono convinto che l’Occidente possa riscattarsi solo riscoprendo Dio».
Che cosa t’impedisce di convertirti al Cristianesimo?
«Niente e nessuno. Il giorno che decidessi di farlo, sarei orgoglioso di annunciarlo».
(399. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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