Ma io difendo Putin

Gli eredi di coloro, che hanno sempre giustificato il terrore dei comunisti sovietici, oggi addebitano a priori ogni nefandezza a Vladimir Putin. Anche l'avvelenamento di Alexander Litvinenko, con le indagini ancora tutte da fare, è stato tout court caricato sulle spalle del presidente russo.
Contro Putin, registro, in realtà, il forcaiolismo ad orologeria proposto da circuiti internazionali, a cui non sono estranee interferenze lobbistiche.
C'è in prospettiva la partita elettorale per il nuovo presidente della federazione russa e in gioco ci sono interessi economici, che definire miliardari sarebbe un eufemismo; ciò senza dimenticare il quadro strategico-militare, dove la Russia occupa uno spazio, a molti sgradito, ancora rilevante. Basterà un esempio per capire che Vladimir Vladimirovic' è nel mirino.
I terroristi islamici sono stimati perfidi e cattivi, tant'è che Guantanamo in fondo se lo sono cercato, tuttavia, quando si tratta di kamikaze ceceni, pugnalatori di neonati, allora d'improvviso l'Occidente riscopre l'idea di nazione e il diritto dei popoli all'autodeterminazione.
Suvvia!
Casa Russia è un affare mastodontico: gas, petrolio, diamanti, oro e miliardi di miliardi di rubli finalmente pesanti al cambio dettano i ritmi e la portata delle notizie, degli scoop, del forcaiolismo ed anche degli omicidi.
No, non mi fa velo il rapporto con Putin.
È vero: il presidente russo in persona, dimostrandomi stima e considerazione, volle che scrivessi «Effetto Berlusconi», la prima biografia in russo del leader di Forza Italia.
Eppure, questa esperienza non mi rende innocentista, pretendo solo qualcosa in più delle «prove logiche» e degli analogismi con l'ex Kgb. La verità riscontrabile, al momento, è ben altra.
Dopo la caduta del Pcus e dell'Urss, nella Federazione russa si verifica un portento inaudito, scandaloso, al di là del bene e del male: nove oligarchi nove, già burosauri appartenenti alla nomenklatura rossa, dalla sera alla mattina, si ritrovano detentori di fatto dell'intera ricchezza della Russia, mentre la popolazione continua a vivere miseramente, anche perché i «nove» amano reinvestire all'estero.
Cadere dal comunismo affamatore al capitalismo più gretto, selvaggio, avido ed egualmente affamatore non fu, insomma, una bella transizione verso l'agognata economia di mercato. Fatto è che Eltsin, fatti salvi il coraggio ed i meriti, divenne subito prigioniero dei plutocrati ex Pcus.
Gli oligarchi, negli anni Novanta, lavorarono a fare della Russia uno di quei Paesi islamici, dove i petrodollari finiscono nelle tasche di pochi clan, mentre la popolazione, alla quale non arriva un bel nulla, seguita a mangiare poco pane e tanto, forse troppo, Corano.
Putin, certamente nazionalista grande russo, fors'anche un po' nostalgico dell'Impero (ma non del Pcus e dell'Urss), succedendo a Eltsin, prende l'impegno di combattere la battaglia nazionalpopolare, in nome del riscatto e della rinascita russi contro lo strapotere mediatico-finanziario dei «nove».
La guerra in patria, sino a questo punto, sembra l'abbia vinta Vladimir Vladimirovic', ma sul piano internazionale la sua immagine viene ogni giorno di più mostrificata. Attualmente è l'unico capo di Stato al mondo a cui si attribuiscono, a naso, i delitti più efferati. Non mafie caucasiche, non spezzoni di servizi deviati, non terroristi ceceni, non racket, non faide, niente, qualsivoglia crimine viene attribuito a lui.
La chiave interpretativa di tanto accusare a senso unico è il «cui prodest?», la medesima formuletta usata per quasi mezzo secolo in Italia per attribuire morti e stragi, tutto e il contrario di tutto, finanche il fiume di sangue versato dai brigatisti rossi, ai «fascisti».
Sul piano mediatico, insomma, i più acerrimi avversari - gli ex oligarchi -, gliela stanno facendo pagare cara. Quelli rifugiati all'estero, come, ad esempio, Boris Berezovskij, oggi neo cittadino britannico, hanno tali disponibilità di danaro da poter promuovere non una, ma cento campagne demonizzanti contro chicchessia. Nel caso di Berezovskij, inoltre, al comprensibile spirito di rivalsa, nonché di vendetta, si somma anche l'interesse immediato: se nell'immaginario collettivo anglosassone Putin diventa davvero l'orco cattivo, sarà più facile per lui evitare l'estradizione in Russia.