«Io islamico dico all’Europa: sì all’immigrazione selettiva»

Intervista al presidente del Consiglio britannico degli imam e delle moschee, Zaki Badawi. «Credere in Allah non ci deve impedire di rispettare le leggi come ogni buon cittadino»

Aridea Fezzi Price

da Londra

Studioso del pensiero islamico moderno, teologo e letterato, Sheikh Zaki Badawi è fra le personalità più autorevoli nell’ambiente musulmano britannico. Ex-imam principale della Moschea Centrale di Londra e ora presidente del Consiglio degli imam e delle moschee del Regno Unito, presidente dell’Arabic Forum, è co-editore con il Rabbino capo e l’arcivescovo di York del periodico Encounter Magazine per promuovere il dialogo fra le tre «religioni del Libro».
Nato in Egitto nel 1922 e laureato in Teologia e Letteratura araba all’università islamica di Al-Azhar al Cairo - e successivamente in Psicologia all’università di Londra -, è uno degli studiosi più stimati e più ascoltati in tutto il mondo musulmano. Nella sua posizione di islamico moderato che guida il suo gregge sul filo della ragione si trova spesso a combattere su due fronti: sul fronte occidentale dominato dal pregiudizio e sconvolto dalla ferocia terrorista, e sul fronte interno spesso fanatizzato da una visione distorta dell’Islam.
In un recente dibattito su Islam e Occidente, lei ha affermato che un musulmano può vivere in Occidente senza il sostegno dello Stato islamico, da «cittadino» del Paese in cui si stabilisce. Quali sono allora i suoi doveri e i suoi diritti?
«Questo è un tema di importanza capitale poiché oggi il 70 per cento dell’immigrazione proviene dai Paesi musulmani. Ho preparato un documento che è stato discusso e approvato da molti Paesi arabi, persino da una frangia estremista nei Paesi del Golfo. Un musulmano può vivere dappertutto nel mondo con la sola garanzia di poter compiere i propri doveri religiosi. Al di là di questo, se diventa un “cittadino” deve obbedire e rispettare pienamente le leggi del Paese adottivo. La “cittadinanza” non è à la carte, non è un menu da cui si può scegliere, comporta il dovere della lealtà verso lo Stato. Oggi la religione non è più la dimensione politica che separa un popolo dall’altro. Lo Stato moderno è neutrale nei confronti delle fedi. E noi musulmani dobbiamo accettarlo, ormai siamo membri di una comunità globale, come i cattolici, che trascende le frontiere. Oggi c’è la cittadinanza, e questa trascende la religione».
La shar’ia non è un ostacolo?
«No, la shar’ia è nella coscienza di ogni musulmano, non ha bisogno di leggi. Lo Stato islamico è un’invenzione dei fondamentalisti. Un musulmano non è migliore in un Paese in cui la shar’ia sia imposta dallo Stato, l’Islam non contempla affatto uno Stato religioso. E poiché i maggiori principi etici della Bibbia sono gli stessi del Corano, i musulmani possono vivere all’interno delle società occidentali, accordandosi con la cultura e i costumi dell’Occidente. Non perdiamo di vista i retaggi comuni dal 711 in poi, quando i musulmani sono andati in Spagna».
Lei ha più volte dichiarato di non essere d’accordo con Huntington, non stiamo vivendo uno scontro di civiltà. Siamo allora di fronte a una guerra fra modernità e tradizione?
«Il conflitto fra tradizione e modernità non coinvolge soltanto il mondo musulmano. La modernità è una continua sfida ai nostri principi fondamentali, siano essi il cristianesimo, il giudaismo o il comunismo. Sotto l’impeto delle forze tecniche e scientifiche siamo tutti costretti a reinterpretare le tradizioni. La trasformazione dell’Occidente avviene sotto l’impatto della modernità e la stessa cosa avviene da noi. È fazioso parlare di resistenza all’egemonia dell’Occidente, il problema dei Paesi musulmani è che sono in uno stadio di sviluppo diverso, nient’altro. L’Islam non vieta l’istruzione alle donne, ma è la tradizione a farlo, il costume nelle nostre società. In un documento ho scritto che la modernità è una sfida a non rinnegare i nostri costumi ma ad adattarli, accettare completamente o respingere del tutto la modernità è impossibile perché si creerebbero dei conflitti insanabili, bisogna infilare la terza via, quella delle riforme».
E se invece che di modernità parlassimo di laicismo?
«Il laicismo è uno dei grandi temi di dibattito nel mondo musulmano. Noi siamo in conflitto con il concetto laico del comunismo che insegnava l’ateismo, e non approviamo quel laicismo che semplicemente ignora la religione. Questa è la scuola che qualche volta tocca l’estremismo, come in Francia dove il laicismo è diventato una seconda religione. Uno Stato laico non può non tenere conto delle diverse fedi della sua popolazione perché è dovere dello Stato riflettere le esigenze dalla sua gente».
Ma se il Medio Oriente si laicizzasse la situazione politica non sarebbe più facile da risolvere?
«Sono tutti Stati laici, non sono affatto religiosi, ognuno fa i propri interessi, non creda che si preoccupino tanto dei principi religiosi. L’Arabia Saudita, l’Egitto, la Tunisia, il Marocco, e in un certo senso anche l’Iran, perché ci sono delle elezioni. Se non fossero Stati laici il popolo non dovrebbe essere coinvolto. Non siamo Stati teocratici, non siamo governati da teologi, il laicismo esiste. Il vero problema in Medio Oriente è l’assenza di democrazia, la mancanza di partecipazione da parte del popolo, non c’è trasparenza nei governi, non c’è responsabilità. Non siamo ancora riusciti a cambiare i governanti senza eliminarli fisicamente. Se è vero che il problema di Israele ha avuto un enorme impatto sullo sviluppo del mondo arabo è anche vero che i governi ne approfittano per limitare le libertà interne. Solo il riconoscimento dei diritti umani per tutti può risolvere i conflitti e l’instabilità nell’area».
Il terrorismo islamico però è una realtà fin troppo cruda. Che cosa può fare l’Europa per sconfiggerlo?
«Il terrorismo va debellato alle radici, prosciugandone le fonti, analizzando bene i Paesi che lo producono, l’Arabia Saudita per prima ma anche Egitto, Afghanistan e Pakistan, e identificarne le ragioni. Quindi esercitare pressioni su questi governi perché si aprano alla democrazia, al dialogo col popolo. Il popolo deve sentirsi parte della società, dobbiamo avere governi responsabili in grado di rendere conto delle risorse del Paese, non sperperandole come si fa oggi. In secondo luogo bisogna riformare tutto il sistema di istruzione e cercare di riportare l’Islam nella sua vera prospettiva. L’attuale fenomeno non è nato dal nulla. Nella lotta contro il comunismo gli americani, appoggiati dalle grandi finanze del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno incoraggiato un’interpretazione dell’Islam come jihad perenne, con la conseguenza che ora il fenomeno si è diffuso dappertutto. Già nel 1978 io trovavo pericoloso questo concetto dell’Islam che si poneva come antagonista del mondo, bisognava arrestarlo».
E invece...
«Le grandi finanze hanno creato migliaia di scuole di addestramento per i combattenti insegnando una visione ristretta della religione, e adesso abbiamo l’effetto boomerang. Bisogna correre ai ripari e fare presto, non è sufficiente arrestare la gente e mandar via gli ulema che predicano ciò che sono stati addestrati a insegnare. È l’insegnamento che va riformato completamente. Inoltre bisognerebbe smettere la demonizzazione dell’Islam e dei musulmani, specialmente nei media. La gente deve cominciare a capire che l’Islam non è Bin Laden, e non è neanche il riflesso dei regimi del mondo arabo, l’idea degli Stati musulmani è un’idiozia, molti Stati sono tribali e non hanno niente a che vedere con la religione».
Il problema dell’immigrazione non è meno grave. Lei vede una soluzione per l’Europa?
«Si parla molto in questi giorni di un controllo più capillare delle frontiere, ma non credo che un’Europa-fortezza possa funzionare, perché i confini sono aperti. Io ritengo che una soluzione sia creare opportunità di lavoro nel Paese d’origine, anche qui analizzare i motivi di questo flusso di immigranti e trasferire i settori di lavoro nel loro Paese, instaurando questo sistema come politica sociale. Non come globalizzazione, non come imposizione delle forze economiche, ma sovvenzionando progetti, impiantando fabbriche e fondando scuole. Altra soluzione che appoggio caldamente è l’immigrazione selettiva. Ossia accettare solo gente qualificata, come succede in Canada, dove la comunità musulmana conta il più alto numero di laureati e di professionisti del Paese. Questo è il modello per l’Europa. Del resto è stato così in America per molto tempo, con tutte le comunità».
Un messaggio per le comunità musulmane in Italia, per gli imam?
«Anche in Italia gli imam devono incoraggiare ogni musulmano a essere un vero cittadino, leale verso lo Stato e la società, rispettoso di una cultura che ha molto influenzato la nostra civiltà. I musulmani in Italia devono essere fieri della loro nuova cittadinanza. Io sono ottimista, da persona religiosa devo esserlo, il Corano dice che solo chi non ha fede non ha speranza».