«Io, musulmano, chiedo più controlli sui miei fratelli»

«Non lasciamoli cadere nelle mani degli integralisti»

da Londra
È britannico, di origini pakistane, e ha 29 anni. Proprio come i quattro kamikaze che il 7 luglio hanno sferrato il loro attacco mortale contro la capitale inglese. Ma con quei terroristi Waheed non ha nulla a che fare. Anche lui, come tanti londinesi che quel tragico giovedì hanno conosciuto la ferocia del terrorismo islamico, si sente una vittima. E considera i quattro giovani le cui storie e il cui passato tanto somigliano alla sua, i suoi carnefici. Non c’è indulgenza nelle sue parole, nessun tentativo di capire le ragioni che abbiano potuto muovere quell’odio. «Perché la ferocia di quei kamikaze non può essere spiegata, specie in quest’Inghilterra che è il simbolo universale dell’integrazione, la capitale di tutti, cristiani, hindu e musulmani come me, che qui ci sono nati e hanno trovato la loro strada». Waheed Akbar, la cui famiglia è originaria del Kashmir, la sua strada l’ha trovata in una grande compagnia londinese di cui preferisce non fare il nome. Il suo ufficio, dove lavora come «head-hunter» (cacciatore di teste), si trova sullo Strand, il lungo viale nel cuore della City colpita dalle bombe degli attentatori. «Dopo l’incredulità e lo choc è scattata la rabbia. Un sentimento che è diventato eclatante quando ho saputo che i quattro kamikaze avevano storie come la mia. Non posso credere che ce l’avessero con questo Paese, perché questo è il luogo che, a me come a loro, ha permesso di condurre una vita normale, di studiare, lavorare e di non essere braccati solo perché professiamo una religione diversa o per la nostra pelle olivastra».
È appassionato Waheed quando parla del Regno Unito, «la mia patria». Il Pakistan, dove sono nati i suoi genitori prima di giungere in Gran Bretagna, è lontano dalla sua mente e ora anche ostile nei suoi pensieri. «È lì, come in Afghanistan, che quei quattro ragazzi sono andati e sono stati indottrinati da qualche presunto predicatore. Per questo - dice con fermezza e lucidità - credo che sia fondamentale controllare il flusso di asiatici che si muove verso quei Paesi, che va lì e viene “avvelenato” da certi leader religiosi che del vero Islam non sanno nulla». «Da pakistano, sono il primo a chiedere più controlli sui pakistani e su tutti coloro che mantengono legami con gli estremisti. Gli integralisti e quei quattro ragazzi che hanno seguito le loro prediche hanno danneggiato me, hanno danneggiato l’intera comunità asiatica che ogni giorno vive e lavora a Londra, in una società cosmopolita che è anche il mio orgoglio».
E dell’Inghilterra del Nord, di quello Yorkshire che si è rivelato il covo dei giovani kamikaze? Cosa succederà ora che il nemico è il vicino di casa? «Ho amici proprio in quell’area, è vero che lì il cultural mix è meno tangibile. Ma gli inglesi non si smentiranno, la loro tolleranza sconfiggerà la paura». Poi ammette: «Anch’io ho pensato che quei ragazzi potevano essere i miei fratelli. Per questo dico: teniamoli sotto controllo perché non finiscano nelle mani degli integralisti».