Io, nel covo dei nostalgici di Mao

«La rivoluzione non è un pranzo di gala» mi grida una delle guardie rosse all’ingresso a forma di stella rossa. «Il potere politico nasce dalla canna del fucile» ruggisce un’altra accompagnandomi con passo marziale dentro la sala, a cui si arriva dopo aver superato un gigantesco busto bronzeo di contadini e operai uniti nella lotta e un altro ingresso che sta fra una caserma e un campo di concentramento. Dentro ci sono qualche centinaio di cinesi che sventolano bandierine rosse e cantano felici mentre i tavoli si riempiono di zuppiere fumanti. Mi rendo conto di essere l’unico sprovvisto di occhi a mandorla. Le pareti sono coperte di scritte murali e di dazebao e sul palco, che è laggiù in fondo, un proiettore illumina un altro gruppo di guardie rosse intente a marciare sventolando il libretto di Mao al ritmo di una musica un po’ languida.
Il locale si chiama «L’Oriente è rosso», sta all’estrema periferia est di Pechino e per arrivarci il tassista ha dovuto fare un bel po’ di telefonate. Intorno è pura desolazione postindustriale, ma dentro sembra di essere tornati indietro di mezzo secolo: salopettes da operai, trecce da contadine, gigantografie del Grande Timoniere, persino un camion militare imbandierato. Sul palco si susseguono i canti patriottici e in platea si risponde strofa dopo strofa, come fosse un gigantesco karaoke, poi è la volta dei tableaux viventi, militar-floreali, dove i girasoli agitati dalle ragazze in rosso si mischiano ai fucili di cartapesta e al rumore delle bombe a mano di chi fa la parte dell’esercito di liberazione. Una guardia rossa prende in mano un piccolo megafono, mi si mette di fronte, abbaia qualcosa e tutti applaudono. Io ringrazio e chiedo lumi al giovane cinese vicino di tavolo che indossa una maglietta celeste su cui è scritto, in italiano, «Quattro volte Campioni del Mondo». «Ha detto: “Benvenuto naso lungo”, uno dei nostri modi per definire gli stranieri» mi risponde. Lì per lì avevo pensato che avesse ordinato la mia condanna a morte.
«Bombardate il quartier generale» urlano dal palco, mentre un gruppo coreografico balla la «danza delle lealtà» cara al Grande Nuotatore. «Il rivoluzionario è insieme freccia e bersaglio» rispondono allegri dai tavoli mentre cominciano a scorrere fiumi di sorgho, un liquore la cui unica caratteristica positiva è l’elevato numero di gradi. Nell’intervallo dico a maglietta celeste che qualcosa non quadra, gli slogan non corrispondono a ciò che viene rappresentato sul palcoscenico: le guardie rosse sono la «rivoluzione culturale», non la guerra di liberazione o il «grande balzo in avanti»... Lui scrolla le spalle e sorride, sempre Cina è, mi dice, è la nostra storia, e poi noi siamo qui per divertirci, mica per andare a lezione. «Ma è una cosa che fate per i turisti?» dico, e dentro di me penso che magari ho sbagliato giorno e sono venuto in quello dedicato ai pechinesi. «Niente affatto» mi risponde. «Lo facciamo per noi, e comunque voi non ci capireste niente» e mi guarda un po’ irritato. «Questa mattina sono andato a rendere omaggio alla salma del presidente Mao in piazza Tienanmen» dico subito per riguadagnare terreno. Sorride felice. «Hai visto quanta gente ci va? Lui è bellissimo, sembra che dorma».
Sulla bellezza ho qualche dubbio, ma sull’affluenza devo dargli ragione. Chiuso nei giorni precedenti l’inaugurazione delle Olimpiadi e in quelli immediatamente successivi, oggi che il monumento riapriva c’era il pienone e io ho fatto una fila di più di 40 minuti per una visita che non dura più di 40 secondi. All’entrata del Mausoleo c’è una grande statua in marmo bianco di Mao seduto in poltrona, nel Salone degli Estremi Omaggi c’è il suo cadavere imbalsamato coperto sino al petto da una bandiera rossa, un corpo che si è fatto piccolo e sta rinserrato sotto una teca di cristallo. Grandi e piccini entrano silenziosi, si inchinano con rispetto, molti depongono mazzi di fiori che nessuno li ha obbligati a comprare all’ingresso, e dopo un attimo lasciano il posto a quelli dietro di loro. Questa sarà senz’altro la Cina che ha voltato le spalle al maoismo, ma l’effetto torcicollo è ancora molto forte.
Il grandioso Museo della Guerra che è a poche fermate di metropolitana è il trionfo di Mao in tutte le salse: intellettuale, guerrigliero, leader politico, Padre della Patria. L’unica che manca è quella che gli riuscì peggio ed è appunto la «rivoluzione culturale» che nelle sale dell’«Oriente è rosso» viene pasticciata in una via di mezzo fra il Bagaglino e uno stand dell’Unità di antica memoria. Nei tabelloni che raccontano il Novecento cinese comunista, l’arco di tempo che la riguarda viene saltato a piè pari e l’arrivo di Deng e del riformismo nelle vesti di capitalismo di Stato è introdotto con la semplice frase «quando la Rivoluzione culturale finì»... Anche qui, ciò che arriva dopo è senz’altro un'altra Cina, ma nessuno ancora sembra pensare che Mao sia stato uno Stalin qualsiasi da rinnegare e liquidare dopo morto.
Quelli che cantano e applaudono all'«Oriente è rosso» sono giovani, l'età media non supera i quarant'anni, ci sono famiglie con bambini, in tre tavoli si festeggia un compleanno e la guardie rosse intonano Happy Birthday. L'Occidente piace anche per queste cose qui, i regali, gli scambi di auguri, i bigliettini, le occasioni speciali per brindare. Definirli nostalgici mi sembra sbagliato e le cilindrate delle macchine e il numero di rolex d'oro, veri o falsi che siano, non induce a pensare a dei fanatici dell'egualitarismo o del lavoro manuale nei campi e nelle miniere, della rieducazione intellettuale attraverso la fatica. È piuttosto un sentimento identitario che ha a che fare con la nostalgia e che misura il proprio presente in rapporto a un passato tragico eppure glorioso, mitizzato e quindi spogliato degli elementi più negativi. Giusto o sbagliato, è comunque il loro Paese, sembrano voler dire, e va preso in toto, non lo si può tagliare a fette. Lo si deve accettare per poterlo superare.
All'«Oriente è rosso» si spengono le luci, tacciono le voci e nel buio due guardie rosse mi accompagnano gentilmente fino all'autostrada alla ricerca di un taxi, perché è tardi e fin lì non arriverebbe mai. Ne passano tre o quattro, rallentano e poi sfrecciano via e ci metto un po' a capire il perché, a ringraziare i miei angeli custodi in uniforme e a far capire loro, a segni, di andare pure a dormire. Due guardie rosse, di notte, un «naso lungo» straniero in mezzo, come un prigioniero... Chi volete che si fermi? E anche questo è la nuova Cina.
Stenio Solinas