«Io, nel mirino Br per un vaccino»

A un certo punto della sua vita il professor Saverio Imperato, immunologo di chiara fama, fu persino condannato a morte dalle Brigate rosse. Dopo quelli di Moro, Andreotti, Berlinguer e Agnelli, il suo nome figurava in cima alla lista dei nemici del popolo da abbattere, trovata nel covo milanese di via Monte Nevoso 8. Era il 1990. «Discusso oncologo», avevano annotato a margine i terroristi. «Come vede, sono ancora vivo», strizza l’occhio. È il suo modo per dire che alla fine l’hanno assolto anche le Br. Ma i colleghi no. Quelli lo volevano e lo vogliono morto. Troppo bravo.
All’Università di Genova, dov’era titolare di immunologia in due facoltà, medicina e scienze, il cattedratico era stato preavvertito del castigo incombente. Ma lui nemmeno se ne accorse. «M’avevano pregato di visitare un uomo affetto da cancro alla prostata, con metastasi ossee, che abitava in una baracca lungo il torrente Nervi. M’incamminai, benché influenzato, in mezzo al fango. Lo trovai a letto, urlava per il dolore. Gli modificai la terapia morfinica. “Quanto le dobbiamo?”, mi chiese la moglie. Niente, ci mancherebbe altro. L’indomani m’avvicinò un aiuto ospedaliero: “Lei è un fetente! Ha preteso un milione di lire per visitare un moribondo”. Allora non sono un fetente, bensì un delinquente, replicai. Dopo qualche tempo la stessa persona mi telefonò: “Devo chiederle scusa, professore. Ho appurato che era una calunnia messa in giro dai suoi colleghi universitari”. Venni poi a sapere che quell’aiuto faceva anche il medico nelle carceri. Chissà, sarà stato contiguo alle Br».
Mi mette fra le mani una pila di fotocopie alta una spanna, un’infinitesima parte dei suoi studi. «Amor mi muove», ha scritto sul frontespizio. Il poeta siriano Giacomo di Sarug parlava così della Madonna. E don Ramiro della sua Angelina nella Cenerentola di Giacomo Rossini. Il professor Imperato dei malati di tumore. Ha scoperto una cura e la applica con successo da trent’anni. L’ha chiamata sinterapia. Sta per sinergia fra terapie. «Alleanza, non guerra. Una strategia sinergica». Consiste in un potenziamento mirato e personalizzato delle difese naturali dell’organismo, attivazioni immunitarie selettive alle quali il paziente va sottoposto prima e dopo ciascuna chemioterapia, radioterapia, ormonoterapia, operazione chirurgica. Insomma, a differenza di tutti gli altri profeti di terapie alternative, Imperato non sottrae gli oncologici alle cure convenzionali. Per essere brutali: non «ruba» niente a nessuno, chiaro il concetto? Eppure la scienza ufficiale lo ignora, dopo averlo a lungo osteggiato. Magari dipende dal fatto che la sua cura ha il pregio di costare quasi nulla: un po’ di vaccino Bcg, bacillo di Calmette e Guérin, dal nome degli scopritori, usato di norma per prevenire la tubercolosi, iniettato nelle braccia per via intraepiteliale (134,51 euro la fiala, ma al Servizio sanitario nazionale è ceduta da Sanofi Pasteur a 61,14 euro), un po’ di Indoxen (indometacina, un antinfiammatorio più forte dell’aspirina, 1,45 euro la scatola). Troppo facile, troppo economica.
Paradosso dei paradossi: Imperato «è» la scienza ufficiale. La Cassazione, nel suo ramo. Eppure vive in un condominio di Monza, dove la sola cosa che ricorda un ospedale è il rivestimento di piastrelle verdoline nell’androne. Unico al mondo con tre libere docenze: immunologia, patologia generale e microbiologia (ottenuta per speciali meriti scientifici con un anno d’anticipo sui limiti di legge). Primo in Italia ad aver conseguito quella di immunologia nel 1967. Primo italiano ad aver ottenuto una cattedra per la stessa materia negli Usa, nel più antico ateneo dopo Harvard, la Rutgers University, dove il microbiologo Selman Waksman scoprì nel 1944 la streptomicina, e poi altri antibiotici come la neomicina, fino a vincere nel 1952 il premio Nobel. «Aveva 80 e passa anni, ero suo ospite a cena una volta al mese. Noi due, da soli. Non ha mai invitato nessun altro a casa sua. Mi raccontava che la penicillina era stata scoperta nel 1895, cioè 33 anni prima di Alexander Fleming, da un ufficiale medico della Regia Marina italiana, Vincenzo Tiberio. A Napoli», e la voce si riveste d’orgoglio, perché lui è nato 71 anni fa a Sorrento, da una maestra elementare e da un venditore di tarsie lignee.
Primo, sempre primo, il professor Imperato: ha costituito la prima banca di vaccini specifici con cellule tumorali, la prima banca di cellule staminali, la prima banca di ossa per trapianti. E ha eseguito, nel 1974, il primo trapianto di cellule staminali con abolizione specifica del rigetto, «ma questa è un’altra galassia, anzi sono due, le staminali e il rigetto». Chiamato in cattedra senza stipendio a soli 33 anni, ha continuato a insegnare gratis per altri 20. Ha sempre pagato di tasca sua i biologi, le ricerche, i congressi. «Chiedevo prestiti in banca, ma intanto giravo con una Giulietta sprint, senza dire a nessuno che l’avevo comprata di seconda mano: dovevo dimostrare che ero ricco. Altrimenti, insieme con l’invidia, sarebbero aumentate anche le maldicenze».
Non ho capito come faceva a campare. È ricco di famiglia?
«Ah, io sono ricchissimo di idee. E fortunatissimo. Troppo, secondo molti. Il mio ex direttore sosteneva che a me anche il gallo faceva l’uovo. Non di tanto in tanto: sempre. Il che è vero. Per questa mia sfacciata fortuna scientifica gli americani mi chiamarono nel 1965. Volevano produrre gli anticorpi contro le basi molecolari della vita, speravano di poter bloccare le parole con cui i geni esprimono i loro ordini a volte sbagliati. C’erano in ballo 250.000 dollari per questa ricerca, oggi sarebbero quasi 7 miliardi di lire. Risultati prodotti: zero. Pensarono che chiamando Imperato avrebbero potuto salvare i loro stipendi. Fui nominato direttore della ricerca. Al primo esperimento risolsi il problema».
Non oso chiederle come fece.
«Si trattava di una sintesi chimica, e io, badi bene, non sono un chimico. Dissi loro: varierei qui, qui e qui, voi che ne dite? “Il boss è lei”. Ma io voglio la vostra approvazione: siete d’accordo o no? “Potrebbe funzionare”. E l’esperimento funzionò. Il loro capo mi chiese: “Come mai tu ci sei riuscito?”. Risposi: perché sono un buono, amo la gente e le molecole, e le molecole vanno dove io gli chiedo di andare. Tu invece odi il mondo e le molecole non ti obbediscono».
Come mai ha scelto di fare il medico?
«All’inizio non volevo diventare medico. A 18 anni volevo fare lo scienziato puro, scoprire come funziona il cervello e come si diffondono i tumori».
Perché proprio i tumori?
«Perché il cancro è una malattia complessa, multifattoriale, che richiede di mettere insieme conoscenze in campi diversi. È quello che ho fatto. Per esempio l’istologia mi ha insegnato che i tumori contraddistinti da una reazione immunitaria hanno un andamento più benigno rispetto a quelli che non la suscitano. Sono stato il primo al mondo a scrivere che le reazioni immunitarie possono proteggere dalle malattie ma anche favorirle e che quindi vanno selezionate».
Passo indietro. Partiamo dal sistema immunitario, che difende il corpo dagli invasori esterni e dalle alterazioni interne.
«Metta di vedere un esercito nel sangue, composto da linfociti e da monociti, quest’ultimi detti anche macrofagi, perché hanno una spiccata attività fagocitaria».
Si mangiano, o dovrebbero mangiarsi, i tumori?
«Esatto. Infatti la prima cosa che fa il tumore non è tanto di ridurne il numero, quanto di paralizzarne l’azione. Ho imparato ad attivarli, insegnandogli a distruggere il cancro. Importantissimo, il macrofago. È l’unica cellula immunitaria che salvaguarda l’identità di tutti gli esseri viventi privi di colonna vertebrale, cioè del 99% delle forme di vita conosciute. Gli insetti, le spugne non hanno i linfociti, solo i macrofagi. Tutte le risposte immunitarie cominciano e finiscono nel macrofago. Senza queste risposte, ogni terapia antitumorale è inutile».
Passiamo in rassegna i reparti dell’esercito immunitario.
«In prima linea troviamo i macrofagi. In seconda linea ci sono le Nk, natural killer, cellule non specifiche, un po’ macrofagi e un po’ linfociti, capaci di uccidere direttamente i tumori. Gli antigeni tumorali elaborati dai macrofagi di prima linea stimolano la produzione di sostanze antineoplastiche da parte dei linfociti T e B, dipendenti rispettivamente dal timo e dal midollo osseo. Occhio, però: non tutti questi prodotti combattono il tumore. Alcuni, come ho detto, lo aiutano. Quindi bisogna suscitare il giusto tipo di reazione con farmaci somministrati a tempo debito».
Ed è quello che fa lei.
«Già. L’interazione fra prodotti dei linfociti e cellule cancerogene non significa l’eliminazione del tumore. Servono i macrofagi di terza linea, i quali lo mangiano, lo digeriscono e lo eliminano, poiché hanno nel loro citoplasma degli enzimi che distruggono le strutture delle cellule cancerogene, riducendole a molecole eliminabili dal fegato e dai reni. Altrimenti è come lasciare la monnezza nei vicoli di Napoli. Purtroppo, come è ben noto, tutte le terapie contro il cancro abbassano invece le difese immunitarie».
Proprio per questo dopo le chemio s’iniettano ai pazienti gli immunostimolanti.
«Quelli stimolano i neutrofili, cellule antibatteriche. Non c’entrano niente. Il 99,9% degli oncologi non prendono neppure in considerazione i linfociti e i macrofagi. È tristissimo. Glielo spiego da 40 anni».
Forse non credono che lei abbia ragione.
«Allora credano a un loro collega che mi diede ragione, il professor Ezra Greenspan, padre del protocollo terapeutico più utilizzato nel cancro della mammella, il Cmf, associazione di ciclofosfamide, metotrexate e fluorouracile. Un pioniere della chemioterapia, che insegnava alla New York University e alla Mount Sinai medical school. Nel 1986 pubblicò un lavoro dal titolo È il vaccino Bcg un farmaco orfano ucciso dai chemioterapisti? e dimostrò come i malati che hanno una reazione positiva alla tubercolina prima della chemio, e che mantengono tale reazione anche dopo la chemio, hanno più possibilità di guarigione».
Ma perché gli oncologi non usano il Bgc?
«Questo deve chiederlo a loro. Secondo me, manco lo conoscono. O l’hanno usato male».
Che prove può addurre circa l’efficacia della sinterapia?
«Migliaia di pazienti trattati, a cominciare dall’ex ministro dc Giuseppe Trabucchi. Lo visitai in ospedale su richiesta del fratello Emilio, noto farmacologo. Carcinoma peritoneale. Poche settimane di vita. Morì dopo più di un anno, ma non di tumore: per un’iniezione di cortisone. Stessa diagnosi, aggravata da metastasi al fegato, per Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio. Spacciato, prognosi di due giorni. I parenti si rivolsero per un consulto al grande Paride Stefanini. Uscendo dalla camera, il professore sibilò: “Perché mi avete chiamato a vedere un cadavere?”. Prescrissi a Maestrelli 22 diverse medicine. Commento di un collega: “Così muore stanotte, anziché dopodomani”. Ogni farmaco a un minuto preciso. L’infermiera che glielo somministrava doveva controfirmare la ricetta temporizzata da me. La sera dopo Maestrelli era in piedi. Passato qualche mese tornò ad allenare la Lazio. Visse per altri due anni. Morì per un’ernia strozzata. Devo continuare?».
Sì.
«L’85% dei tumori polmonari sono inoperabili. Sopravvivenza media con le cure migliori: otto mesi. Ho presentato al primo congresso nazionale di oncologia medica, Roma, 1999, una statistica su 54 pazienti che ho seguito fra il 1974 e il 1985. Il 55% dopo tre anni erano ancora vivi, il 22% lo erano dopo cinque anni».
E su altri tumori che cos’ha ottenuto?
«Il 20% di guarigioni definitive: una signora di Genova di 65 anni, un giovane di San Donato Milanese che ora abita a Pavia, sei casi di sarcoma alle ossa. Di recente ho salvato un settantenne di Varese da un cancro all’intestino con la sola terapia selettiva immunitaria, 85 vaccinazioni ho dovuto praticargli, ha promesso che per Natale pubblicherà una poesia in mio onore. Ho curato un uomo che aveva un tumore nel polmone grande come un melone, nelle radiografie si dipartivano da esso i raggi come nella colomba dello Spirito Santo del Bernini in San Pietro: erano le infiltrazioni linfatiche. Se vuole le fornisco i nomi e le faccio incontrare gente che dopo 30 anni gira ancora per strada».
Vabbè, ma sul campo di battaglia qualche vittima l’avrà lasciata pure lei.
«Certo. Però bisogna vedere quanto vivono e come vivono questi malati con l’aggiunta della sinterapia e quanto e come vivono con le sole cure convenzionali. Le cito un caso. Donna del Cremasco, carcinoma del pancreas che infiltra tutto l’addome, dolori lancinanti. All’inizio il Ca 19-9, il marcatore tumorale specifico, è a 500. Dopo la prima chemio il Ca 19-9 sale a 1.000, dimensioni del tumore immutate. Dopo la seconda sale a 1.500, nessun miglioramento. Il marito mi telefona disperato. Resta poco tempo, gli dico, mi trovi un medico che segua le mie indicazioni. Tanto, io non ho segreti per nessuno. Trascorsi 45 giorni il marito torna in ospedale con gli esami. L’oncologo, un luminare, gli chiede: “Sua moglie riesce ancora a scendere dal letto da sola per andare in bagno?”. Al che lui gli risponde: “Mia moglie è qui fuori, professore”. La signora entra. L’addome non è più una tavola, i dolori sono scomparsi, la paziente mangia. E decide anche di andarsene in vacanza».
Potrebbe essere stato un effetto tardivo della chemio.
«C’è una piccola obiezione, riportata in tutti i testi d’oncologia: i farmaci chimici agiscono rapidamente e dopo la terza seduta il tumore diventa resistente ai chemioterapici, impara a difendersi».
Lo sa che le poche citazioni d’archivio che la riguardano si riferiscono al fatto che lei ha vinto importanti premi come filatelico? C’è una certa differenza tra un francobollo e il cancro.
«Lo so. Avrà anche trovato che nel 1978 fui accusato d’aver ingannato i pazienti con terapie che non ero autorizzato a prescrivere, ma che il pretore di Genova mi prosciolse in istruttoria con formula piena. Dieci anni prima, siccome volevo dedicarmi a queste ricerche, il mio direttore mi disse: “Non avrai un soldo e non farai carriera”. Gli risposi: sono ricchissimo e della carriera non m’importa un fico. Ho laureato 52 allievi a mie spese. In cambio il presidente dell’Ordine dei medici mi ha dato del rompiscatole, mi è stato tolto il servizio trapianti, mi è stata negata la nomina a professore di ruolo e infine mi hanno mandato in pensione a 67 anni con 1.360 euro al mese. Però è vero: sono anche il più premiato filatelico di tutti i tempi. Al World philatelic exhibition di Washington, in maggio, il pezzo più raro era mio, guardato a vista da agenti armati: una lettera che tale Isaac Valentin spedì da Roma al Wisconsin nel 1856, con bollo da 38 baiocchi dello Stato pontificio più sovrattassa americana di 3 centesimi anziché 5».
I suoi studi sono stati ripresi in qualche parte del mondo?
«Di più: sono stato io ad andare a spiegarli ad Harvard e allo Sloan-Kettering cancer center di New York, dove curavano gli Agnelli, Tiziano Terzani e Oriana Fallaci. Mi sono fatto esaminare. Guaglio’, ditemi se so’ pazzo, ho chiesto ai colleghi. Perché a uno può anche capitare di credersi Napoleone. Ho insegnato e fatto consulti in tutto il mondo. Ho salvato un bimbo che era in coma per un tumore al cervelletto nell’ospedale di Eskilstuna. I medici locali mi diedero del matto. La commissione oncologica svedese, 25 settembre 1974, ecco qui i documenti, sentenziò: sì, sembra una follia, la sinterapia non è conosciuta né in teoria né in pratica, però è razionale, proviamo. Guarito».
Mai avuto contatti col nostro ministero della Salute?
«Più volte. Nonostante abbia fatto parte in passato di due commissioni ministeriali, nessun riscontro. Ho scritto anche all’Oms quando scoppiò l’epidemia di Sars».
Cura anche la Sars?
«Mi meraviglio di lei: è ovvio che l’aumento selettivo della risposta immunitaria ai tumori funziona anche contro i virus».
Quanti malati vede in un anno?
«Tengo sotto controllo quelli guariti. E ne visito 50-60 di nuovi in un ambulatorio di Genova che mi presta un amico medico».
Pensa che un giorno la scienza arriverà a debellare il cancro?
«Certamente può arrivarci oggi usando il mio metodo».
Dopodiché la natura s’inventerà qualche altro morbo per farci morire, non crede?
«Può darsi. Ma noi siamo più intelligenti della natura. Troveremo le armi adatte».
Stefano Lorenzetto
(349. Continua)
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