Ma io non voglio fare il mammo a comando

Il congedo di partenità obbligatorio è una clamorosa sconfitta. Perché si perde ogni volta che un diritto viene trasformato in un dovere. Obbligatorio, scrivono i parlamentari europei. Come a dire che uno deve diventare padre per legge.

Esultano tutti, il giorno dopo l’approvazione delle nuove norme che cambiano i criteri per l’aspettativa dopo la nascita di un figlio. A noi italiani, che abbiamo la legislazione teoricamente più pro-mamme di tutta Europa, cambia solo la parte dei papà: 15 giorni di congedo retribuito al cento per cento. Due settimane a casa, non per scelta, ma per imposizione; non per piacere, ma per decisione altrui. Perché dobbiamo applaudire? Perché dobbiamo essere felici?

L’Europarlamento ha la mania di imporre vincoli a tutti, e c’è riuscito anche stavolta.

Il congedo di paternità è una delle rivoluzioni più importanti della società contemporanea. In Italia, finora, era regolato così: un papà ha la possibilità di prendersi un periodo di assenza dal proprio lavoro, pubblico o privato che sia, per un massimo di sette mesi per ciascun figlio. Lo stipendio che percepisce è il 30% e può usufruire di questa opportunità solo se la mamma di suo figlio non sta contemporaneamente godendo del congedo di maternità. È un diritto sacrosanto, una vittoria della civiltà moderna, una conquista collettiva. Con un limite evidente e odioso: quel 30% dello stipendio che, oltre a essere un elemento di evidente diseguaglianza con le donne, è il miglior disincentivo a prendere il congedo. I parlamentari europei devono aver pensato che 15 giorni a retribuzione piena siano la manna che trasformerà per legge gli uomini in mammi bravi e sensibili. Non sarà così, ovviamente. Perché ridurre un diritto a un obbligo non porta automaticamente alla rivoluzione culturale. Due settimane a casa non ti fanno padre modello, soprattutto se, come sembra, l’Italia applicherà queste norme obbligando i neo papà a prendere almeno 5 dei 15 giorni a partire dal giorno della nascita del loro bebè.

Come sa chiunque abbia avuto un figlio, i primi giorni sono i meno produttivi per un padre: l’evidente e straordinario legame che unisce una madre al proprio neonato porta l’uomo a vivere quei momenti come quelli di uno che deve darsi da fare soprattutto nel disbrigo delle pratiche pubbliche, come la registrazione all’anagrafe, la scelta del pediatra, il ritiro del codice fiscale. Tutte cose che chiunque di noi fa senza che lo Stato gli ricordi di avere una nuova e più importante responsabilità. Che poi c’è un’altra cosa: la gran parte dei papà è così felice della nascita di un figlio che si prende i suoi giorni di ferie e il congedo se lo fa lo stesso, volontario e non obbligatorio. Allora qual è il senso? Dov’è la novità? Ci verranno a dire che però ci sono lavoratori che non possono assentarsi in quei giorni se la legge non impone alle loro aziende di lasciarli a casa. Vero. Così come è vero che quindici giorni sono semplicemente vacanze spacciate per grande politica di appoggio alle famiglie.

Il fatto che gli uomini debbano contribuire nello stesso modo delle donne alla crescita di un figlio è un principio solenne. Ma allora c’è molto altro che si può fare per incentivare il congedo di paternità. A nessuno è venuto in mente che senza obbligare nessuno, che fa tanto regime post-sovietico, uno Stato civile e civilizzato potrebbe semplicemente alzare dal 30% all’80% lo stipendio di chi lascia momentaneamente il lavoro per stare a casa? Così aumenterebbe la quota di chi prende l’aspettativa e rimarrebbe tutto nel campo delle scelte individuali e non dei doveri pubblici per affari privati. Perché anche l’obbligo della maternità è una forzatura che andrebbe cancellata: alle donne, come agli uomini, va concesso il diritto di fare figli in libertà, perché i figli sono il futuro di quello Stato che pensa di poter obbligare i cittadini senza concedere adeguati sostegni. Allora sarebbe più giusto e onesto aiutare a non lasciare i propri lavori, o quantomeno a rientrare più in fretta dopo la scelta di stare a casa. Invece no: si chiudono gli occhi di fronte alle aziende che chiedono alle donne nei colloqui se sono sposate, se hanno figli o se hanno intenzione di farne. Si tace se al rientro dalla maternità le donne vengono ostracizzate. Allora di che parliamo? Obbligare qualcuno a stare a casa non cambia il mondo, incentivare le aziende che puntano sul telelavoro sì. Così come spingere le strutture pubbliche e i grandi gruppi privati ad allestire asili nido e scuole materne per aiutare i genitori a lavorare e contemporaneamente stare vicino ai figli.

Troppo complicato tutto questo, anzi troppo lungo, troppo poco utilizzabile come spot collettivo di Parlamenti europei e nazionali. Meglio un odioso obbligo venduto per opportunità, meglio imporre la soluzione più facile, meglio esultare sapendo che è una vittoria beffarda. Due settimane, secondo loro, fanno di un uomo un padre. Però nessuno si preoccuperà di sapere se darà l’affetto giusto a suo figlio o se in quei giorni andrà a giocare a calcetto.