MA IO NON VOGLIO LO STATO GINECOLOGO

Andrò a votare quattro «sì» al referendum per abrogare alcune norme assurde della legge sulla procreazione assistita, quelle norme che isolano l’Italia dai civili Paesi occidentali. Non perché intendo indicare una scelta politica di qualche tipo; non perché esprimo il mio ideale laico a fronte di chi crede; e non perché voglio compiere o negare una scelta etica.
A me pare un errore - un grave errore di chi ha senso civico - volere imporre con la legge, quindi con un referendum che non fa altro che modificare la legge, una determinata visione etica. Il voto non può e non deve decidere l’etica. Il voto per una legge o in un referendum serve solo per stabilire una politica pubblica per l’intera comunità nazionale che comprende persone di orientamenti ideali, politici, religiosi, filosofici e comportamentali i più diversi.
Perciò mi rifiuto di affidare all’urna la decisione se l’embrione è o no una persona, o quando ha inizio la vita. Chi pretende di introdurre questi dilemmi etici nel voto referendario compie un’operazione truffaldina: ognuno ha il diritto di ritenere ciò che la sua coscienza, la sua conoscenza e la sua responsabilità gli detta.
Voterò «sì» a tutti e quattro i quesiti referendari per ragioni del tutto specifiche. Perché intendo abrogare quegli articoli della legge che vietano la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali che gran parte del mondo scientifico internazionale ritiene le più promettenti per obiettivi terapeutici quali la cura delle terribili malattie che ci affliggono. Se l’Italia blocca questa ricerca, cadrà sempre più in basso nella scala delle nazioni sviluppate.
Voterò «sì» perché trovo assurdo che debba essere lo Stato ad imporre obbligatoriamente l’impianto di tre embrioni sulla donna e perché credo che in materia di salute della persona debbano essere solo gli specialisti insieme con l’interessato a decidere quel che c’è da fare e come. Non voglio lo Stato ginecologo, moralista e precettore.
Voterò «sì» perché venga cancellata l’equiparazione tra i diritti dell’embrione e quelli della madre e del padre. Solo l’Italia in tutto il mondo riconosce all’embrione, con questa fantasiosa legge, gli stessi diritti della persona contro tutte le conoscenze scientifiche e - credo - anche al di fuori di molte dottrine religiose.
Voterò «sì» perché non voglio che sia lo Stato a decidere se e come debba essere praticata la fecondazione eterologa assistita per la donna e per l’uomo sterili. Ogni persona, con la sua coscienza e la sua responsabilità, deciderà se le sue legittime aspirazioni alla discendenza debbano essere conseguite, qualora abbia impedimenti naturali, con uno o un altro metodo, fermo restando il dovere dello Stato a porre tutte le regole e i limiti necessari per evitare abusi commerciali, giuridici e sanitari.
Il motivo ideale ispiratore dei miei «sì» è una visione liberale secondo cui lo Stato deve entrare il meno possibile nelle decisioni dell’individuo e non deve dettare norme etiche ispirate a dottrine o credenze proprie solo di una parte della comunità nazionale. Il motivo pratico è che, qualora fosse mantenuta la legge 40 così come è, l’Italia si troverebbe isolata anche dall’Europa e gli italiani - ricercatori, utenti, assistiti - non potrebbero fare altro che abbandonare il nostro Paese per praticare al di là della frontiera quel che resterà proibito a casa nostra.
Se dovesse vincere l’astensionismo che in maniera ambigua somma gli indifferenti a coloro che vogliono mantenere immutata la legge, sarebbe nocivo per l’immagine e la coesione nazionale. Si creerebbe una grande distanza tra gli ideali, le volontà e i comportamenti della maggioranza della popolazione e le norme imposte da una minoranza che, come negli Stati totalitari, vuole che il proprio punto di vista proibizionistico si applichi a tutti.
m.teodori@agora.it