Io, patito della precisione contro gli ultrà del disordine

Ormai lo sanno anche i sassi che le cose non sono mai o bianche o nere, e che, invece, sono tutte grigie. Ergo, dobbiamo stabilire le differenti gradazioni di grigio. Se no che ci stiamo a fare qua? A filosofare sull’idea di bianco e sull’idea di nero? Bella cosa la Filosofia, tanto di cappello, ci mancherebbe. Ma soprattutto occorre agire. E, in fin dei conti, stabilire le differenti gradazioni di grigio per poi comportarsi di conseguenza è ciò che riempie la vita. Non soltanto nelle scelte dettate dal gusto (pasta o riso? bionda o mora? Inter o Milan? montagna o mare? Picasso o Cézanne?), ma anche nel grado di rigore con cui vestiamo la nostra esistenza.
Perché delle due l’una: o siamo così abili e fortunati da calcare il suolo di quell’isola vulcanica chiamata Arte (dove la Filosofia è l’ardua foresta lassù, nei pressi del cratere), o ci tocca navigare nell’oceano della prassi. Cioè: o abbiamo il privilegio di lavorare in proprio con la partita Iva dei liberi professionisti, come Mozart, come Platone, o come un fannullone qualsiasi, oppure siamo operai sotto il giogo di una Legge. Infatti il giogo è anche un gioco, con le sue regole. Facile a dirsi, ovviamente. E facile anche a farsi, quando si tratta di una sfida a briscola o di costruire un ponte: se sgarri, paghi. Ma quando subentra la Legge più ferrea di tutte proprio perché «non scritta», la Legge della consuetudine? Allora sì che ci vorrebbe un po’ d’Arte, l’Arte della mediazione.
Esempio: in una redazione di un noto quotidiano milanese composta da sette persone, sei persone compongono a volte i titoli un po’ più lunghi di quanto stabilisce la Legge grafica, e una persona si ostina non soltanto a comporli, quei benedetti titoli, a misura, ma anche a rimbrottare i colleghi per la loro «criminosa» abitudine. Chi ha ragione? In teoria l’unica persona che si attiene alla Legge, ma in pratica le altre sei. Quando due Leggi confliggono, a vincere è sempre quella più facile da rispettare da parte della maggioranza. E questa, signori miei, non si chiama democrazia, si chiama Legge di Natura. Perciò i rigorosi, i pignoli, i rigidi, in una parola, con licenza parlando, i rompicoglioni, fanno tenerezza, come il soldato giapponese scovato nella foresta (non quella della filosofia, un’altra...) anni e anni dopo la fine della guerra che vuole continuare a combattere il nemico, perché a lui non risulta che la guerra sia finita. Lo zelo, l’acribia, la maniacale obbedienza a un canone finiscono per danneggiare chi vi si mantiene fedele, ma è come un virus difficile da debellare.
Agli altri, ai «sani», alla maggioranza si chiede la magnanimità della tolleranza e del perdono. In fondo, dobbiamo tutti remare nella stessa direzione, perché se naufragassimo, avremmo poche probabilità di finire sull’isola dell’Arte. Sì ma quante, di preciso?