«Io, piccolo Balilla, vi racconto come è stato il mio Ventennio»

Sappiamo che Gianfranco Fini disse che il fascismo fu «il male assoluto». Questa definizione non è per me accettabile e spiegò perché: io sono nato il 18 novembre del 1922, al tempo quindi della famosa Marcia su Roma di Mussolini: è ovvio che io passai la mia giovinezza sotto il «bieco regime», ma devo dire che dapprima non ebbi nulla da obiettare contro di esso, se non la noia di passare tutti i «sabati fascisti» a marciare inquadrati, a fare esercitazioni con i moschetti e anche a cantare sovente canzoni fasciste. Ma in seguito compresi quale grande male facesse il fascismo, anzi su quale grave errore fondò tutto il suo potere: l’instaurazione della dittatura. E anche se non avesse commesso l’errore di allearsi con Hitler, e non avesse promulgato le leggi razziali e non fosse entrato in guerra causando non solo morti e rovine per l’Italia, ma anche (almeno al nord) una guerra civile, anche con tutti questi «se», ogni sua azione anche per se stessa meritevole sarebbe stata inficiata dall’essere nata dalla mente del dittatore e non dalle scelte del Parlamento che poteva arrivare agli stessi lodevoli risultati, ma in libertà di opinione e discussione.
Tuttavia, e qui contesto l’espressione «male assoluto» e soprattutto l’aggettivo «assoluto» che non lascia scampo; infatti, se guardiamo con distacco, come sarebbe ragionevole e giudicassimo l’antifascismo un movimento lodevole, patriottico e coraggioso nel momento in cui il fascismo c’era e non ne facessimo una bandiera da sventolare a sessantacinque anni di distanza per motivi politici, ci accorgeremmo che qualcosa di positivo fu fatto da Mussolini in favore del «popolo».
L’istituzione della previdenza sociale, l’opera maternità e infanzia, le colonie marine e montane a favore dei bambini appartenenti alle famiglie più disagiate che non potevano andare in villeggiatura (oggi quasi tutti vanno in ferie ma allora...), la politica delle paludi pontine grazie alla quale fu sconfitta la malaria: nell’agro pontino sorsero nuove città tra cui vorrei citare oltre che Littoria e Pomezia, Sabaudia, i lavori per la costruzione della quale (cosa incredibile) iniziarono nel 1933 e finirono nel 1934: questa velocità di attuazione mi fa pensare ad un ulteriore merito il pragmatismo e la velocità del fare. E ancora l’ammodernamento della rete ferroviaria (ed è noto che i treni erano sempre in perfetto orario, a differenza di oggi), la storica trasvolata atlantica senza scalo che Italo Balbo compì nel 1933 e che causò una entusiastica accoglienza negli Stati Uniti e aprì i cieli a quella navigazione aerea transoceanica di cui tutti ne usufruiamo. Mi torna alla mente la risposta che il sindaco di una grande città americana (non mi ricordo più quale) diede ad un italiano antifascista che gli chiedeva di togliere la targa di una strada intitolata a Italo Balbo: egli l’avrebbe tolta quando gli fosse stato dimostrato che Balbo non aveva effettuato la trasvolata.
Alcuni anni dopo il cosiddetto «consenso» degli italiani dovuto in parte alla vittoriosa guerra di Etiopia ed il giudizio favorevole di un grande capo di governo inglese che giudicò Mussolini il più grande statista del secolo iniziano gli errori di cui abbiamo detto: ma ad adoperare il termine «male assoluto» senza quindi neppure considerare una parentesi di cose ben fatte, non è un po’ eccessivo?