"Io, rapito a cinque mesi. Ma il mio vero inferno fu ritrovare mia madre"

Sebastiano fu portato via da una donna in un bar di Milano. Dopo 16 anni conobbe la sua vera famiglia, ma rimpiange ancora chi lo ha cresciuto

Il bambino che aveva due madri ora non ne vuole nemmeno una. Ormai ha Laura, una compagna che lo ama. E una suocera, Anna, che ha cresciuto sei figli e dietro lo sguardo burbero, si capisce subito quanto lo adori e quanto le faccia piacere averlo in casa, a Carate Brianza. A 37 anni Sebastiano Notarnicola ( nella foto ) ha già avuto una vita da romanzo. Così lui, meticoloso, l'ha trascritta su un quaderno, quasi a voler dire: «È successo davvero, non me lo sono inventato». In casa lo prendono in giro: «Magari, se la tua storia si trasformasse in un libro, diventeresti famoso». Ma lui noto dovrebbe già esserlo. Quando venne rapito in un bar di corso Vercelli, a Milano, il 20 aprile 1978, aveva infatti appena 5 mesi. Un bebè di cui non si seppe più niente per 12 lunghissimi anni.

La madre aveva messo un annuncio sul periodico Secondamano: cercava vestiti per il piccolo, allora terzo nato, Pel di Carota in una casa dove di soldi ne giravano pochi. Si presentò una signora dall'apparenza squisita. Che per un mese frequentò la donna, portandole gli abitini richiesti per il pupo. Gentile, carina. In realtà quella signora - reduce da una serie di gravidanze isteriche e con in testa l'idea fissa di un bimbo - aveva un nome falso, Laura Marchi, e un piano ben preciso. Così quando una mattina la madre di Sebastiano le affidò un momento il bambino in un bar, per andare a fare una commissione, lei glielo portò via e non si fece più vedere.

«Per come sono andate le cose in seguito mi chiedo ancora se, anziché essere stato rapito, io non sia stato ceduto - riflette questo giovane uomo dallo sguardo fisso, un po' dolente, di chi la vita ha stropicciato parecchio -. La mia famiglia d'origine fece denuncia di scomparsa, ma so che le ricerche sono durate un anno e poi vennero chiuse. Io intanto crescevo a Cremeno, nel Lecchese, in Valsassina, come il figlio di Aurora Bonato e Walter Croci che mi avevano chiamato Hermann. Lui faceva il camionista. Niente baci o coccole, no, ma affetto sì. Stavo bene con loro, mi fecero diventare indipendente, non mi mancava nulla. A 10 anni sapevo già guidare la moto, a 12 la macchina. Poi si girava, non si stava troppo a lungo nello stesso posto. Ogni due-tre anni si cambiava casa, senza contare le lunghe permanenze in alberghi di lusso in località come Courmayeur. Hotel dai quali si fuggiva, lo compresi in seguito, senza pagare il conto... La scuola? Ci andavo. Anche se ancora non ho capito come facessero a iscrivermi senza il certificato di nascita».

Sorride Sebastiano all'idea di quell'esistenza a suo modo avventurosa. «Sono stati i 12 anni più belli della mia vita - sostiene senza esitazione e per la prima volta la sua voce tradisce l'emozione -. Walter era convinto che fossi suo figlio e io non ho mai avuto la percezione di avere altri genitori. È morto qualche anno fa nel carcere di Opera con la fedina penale un po' sporca. Ora però vorrei tanto portare il suo cognome».

Quando nel 1990 una delle case dei Croci va a fuoco, la coppia ripara in uno dei soliti alberghi, ma per Hermann-Sebastiano sceglie un collegio gestito dai padri somaschi, a Como, affinché possa continuare gli studi. Il bambino li va a trovare nel fine settimana. L'incendio, però, fa finire la sua foto sui giornali. E i Notarnicola lo riconoscono: «Quell'Hermann è il nostro Sebastiano!» fanno notare alle autorità. E poiché il bimbo e il fratello Francesco sono due gocce d'acqua, il caso si riapre.

«Andai a trovare Aurora e Walter in albergo, uscii per farmi un giretto e al ritorno trovai il piazzale pieno di auto. Qualcuno mi mise su una macchina e per un pezzo non vidi più quelli che avevo sempre creduto i miei genitori».

Sebastiano seppe la verità in collegio, ormai ne parlava anche la televisione. «Venni travolto dagli eventi - spiega -. Il Tribunale dei minori mi affibbiò un cognome provvisorio, quindi mi diedero in adozione a una famiglia di Varese che però si pentì subito di aver accolto quel bambino quasi selvaggio che ormai ero diventato, con un carattere chiuso e scostante che conservo tuttora. Fino a quando restai in collegio mi confortavano solo le telefonate di Walter e Aurora. Anche se erano brevissime: mi era vietato parlare con loro».

Solo a 16 anni Sebastiano conobbe la sua vera famiglia, quando il confronto tra il patrimoni genetici dei Notarnicola e il suo diede la certezza ai giudici del Tribunale dei minori che quel bambino chiamato Hermann era davvero Sebastiano, figlio di Gianbattista e Annamaria Notarnicola. Indagando su Aurora, a carico della quale tra l'altro pendeva un procedimento per calunnia perché aveva accusato un ginecologo di averle sottratto due figli in realtà mai nati, i carabinieri scoprirono che non aveva mai avuto gravidanze. Quindi Hermann non poteva essere suo figlio, ed ecco che venne sottratto definitivamente ai Croci. Anche se loro, contro la decisione dei giudici fecero di tutto. «Aurora si tinse persino i capelli di rosso per testimoniare in tribunale» ricorda il ragazzo.

In realtà Sebastiano Notarnicola con la sua famiglia d'origine visse in tutto sei mesi. «Appena compiuti i 18 anni partì per militare. Al mio ritorno papà si ammalò e poi morì, ma nel frattempo si era separato da mia madre; i miei fratelli andarono ad abitare per conto loro. Non c'era affetto tra noi». E quelle due madri che prima se lo contendevano, si allontanarono sempre più da lui. L'unica vera famiglia gliel'ha offerta Laura. E Sebastiano, che ora fa il pizzaiolo, se la tiene stretta.