Io, razzista democratica nel nome dell’identità

Non può esserci niente di più ingenuo o forse di più malizioso della maniera in cui su alcuni giornali di sinistra viene gestito il problema degli episodi di intolleranza etnica sfociate nelle ignobili aggressioni di questi giorni. Ciò che si legge persino nel pezzo di un analista come Luigi Manconi o di un giornalista come Gad Lerner, per non menzionare gli editorialisti dell’Unità e del Manifesto, è infatti che in fondo è tutta colpa della temperie che circonda il governo Berlusconi. Le aggressioni sarebbero frutto di oscuri disegni tesi a penalizzare il flusso di nuovi immigrati (lo dice Manconi). A riprova di questo si continua a citare la stessa orrida frase, quella sui «calci in c… », dimenticando le scuse di Roma portate dal sindaco Alemanno e le posizioni espresse da Fini.
In questa destra (qui è Lerner) ignorantona e volgare c’è proprio un’incapacità ontologica (genetica?) di capire il tema dell’immigrazione e anche una tendenza alla repressione e quindi all’autoritarismo. Non sarà il contrario? Sono semmai posizioni come queste, pensiamo, che semplificando il tema lo svuotano di significato in sé, come se l’immigrazione non fosse un problema, e gli sottraggono ogni possibilità di soluzione, togliendo all’interlocutore un’identità decente e all’immigrato una responsabilità personale.
Nel 1990 ho scritto un libro intitolato Il razzista democratico: per molte pagine si sforzava di volgere il tema della nuova intolleranza italiana chiedendosi se di razzismo si trattasse e di che genere. La prima risposta era: «Sì». Come per tutto il resto dell’Occidente, benché ai nostri orecchi la parola razzismo suoni disgustosa dopo il ventesimo secolo, noi italiani proseguiamo il nostro corpo a corpo col razzismo, componente purtroppo rocciosissima della nostra storia; noi cantiamo razzismo, cuciniamo razzismo, leggiamo razzismo (Dostoevskij! Sant’Agostino!); esso è parte congenita della storia occidentale come lo schiavismo, che tutte, proprio tutte le culture, hanno praticato. In certe fasi della storia il razzismo è stato usato per adescare la fantasia popolare e coagulare consenso; dopo la guerra abbiamo pensato che l’avevamo battuto per sempre. Invece non era così: nell’Europa postsovietica abbiamo visto uno scatenamento di scontri etnici semmai più legati allo sviluppo delle democrazie che al fascismo o al nazismo. E l’Islam estremo ha creato proprio in tempo di globalizzazione, un odio razzista esploso a tutte le latitudini che passa facilmente dalla religione all’etnia e viceversa, per tutto ciò che sa di Occidente e di ebrei. Noi europei non abbiamo nessuna tendenza autocratica, né a destra né a sinistra, e Berlusconi non c’entra: il nostro razzismo, esistente, è di carattere prossemico e forse parzialmente etnico.
Noi italiani, in maggioranza non desideriamo un regime politico autoritario o una soluzione dura alla questione degli immigrati, che pure viviamo come un problema. A chi dare la colpa se la vicinanza degli stranieri risulta gradita solo quando è percepita come non pericolosa e anche come non eccessivamente intrusiva in un paesaggio interiore fragile come la nostra identità, il nostro modo di vedere il mondo, la nostra lingua? Come gridare allo scandalo dando la colpa alla destra se nella reazione violenta di certi giovinastri si esprime anche la paura della ragazza che tornando a casa in un quartiere popolare di notte, è confusa e impaurita se incontra gruppi di giovani stranieri che parlano un’altra lingua, hanno un altro modo di approcciare? È razzista quella ragazza che ha paura, sono razzista io che faccio questo esempio? Certo, come lo è anche chi adora la sua cameriera filippina perché è «tanto precisa» o la bravissima cameriera di Capo Verde perché è «calorosa e pulita»: non bariamo! Ne parliamo come di caratteristiche etniche. Il nostro interiore vocabolario razzista europeo ha mille voci e le sfoglia il vento, senza chiedere il permesso a nessuno.
È difficile combattere il razzismo, e prima di tutto occorre non dare la colpa al nostro nemico politico preferito. L’accoglienza indiscriminata è altrettanto dannosa quanto la chiusura totale, perché ci priva delle armi della nostra identità, senza le quali diventiamo fragili e quindi nevrotici e cattivi. Lévi Strauss ha spiegato nel 1973 a un’attonita platea dell’Unesco che «non è affatto riprovevole porre un modo di vivere e di pensare al di sopra di un altro e provare scarsa attrazione per determinati individui e per un modo di vivere che si allontani troppo dalle nostre abitudini. Questo non ci autorizza a opprimere e distruggerne i valori». Quali difficili questioni! Parola di razzista democratica.