"Io, re dei tormentoni vi dico che quelli di oggi sono fatti a tavolino"

Oggi festeggia 80 anni con un concerto a Roma: «Vorrei giocare fino al novantesimo...»

«Pronto? Mi passa il signor Vianello?». «Sono io». «Non è possibile, ha la voce di un ventenne». La voce di Edoardo Vianello suona giovane come i suoi tormentoni, quelli che hanno segnato le estati degli anni Sessanta e che oggi anche i bambini sanno a memoria. Guarda come dondolo. Pinne fucile e occhiali. Abbronzatissima. Stasera Il signor Tormentone compie 80 anni e li festeggia con un concerto in Campidoglio, al quale parteciperanno Pippo Baudo, Giampiero Mughini, Amedeo Minghi, la sua ex moglie Wilma Goich e altri amici di una carriera iniziata quando in Italia c'era un solo canale tv e le canzoni erano vero e proprio artigianato d'autore.

Forza, Vianello, faccia un bilancio di questi ottant'anni.

«Intanto non pensavo di arrivarci».

Però c'è arrivato, e in gran forma.

«Forse è merito di uno stile di vita sano, senza fumo e senza alcol, anche se ho avuto tre mogli e diciamo che ho sempre avuto un debole per il gentil sesso. Però, ora che sono all'ottantesimo, spero di giocarmela fino al novantesimo, sempre con il permesso dell'allenatore, eh! E poi sarei anche disposto ad affrontare i supplementari e pure i calci di rigore, va!».

Lei scherza sempre.

«Anche nel mio spettacolo racconterò la mia carriera con ironia».

Com'è iniziata?

«Nel 1960 avevo già fatto qualche esibizione dal vivo e anche teatro, però ero sconosciuto. Con un amico sono partito alla ricerca di fortuna a bordo di una 600 scassatissima».

Come le piace romanzare...

«No, no era talmente a pezzi che andava ad acqua, nel senso che bolliva in continuazione...».

Trovò la fortuna?

«Vicino a San Benedetto del Tronto ci accorgemmo che Mina avrebbe cantato dopo due giorni. Siamo andati al locale e il mio amico mi presentò come un cantante bravo e famoso. Il proprietario del locale mi fece salire sul palco, andai bene e così mi disse: Venga tra due giorni che le faccio conoscere Mina. Quella sera lei mi presentò sul palco e poi mi chiese di farle ascoltare i miei brani. Ricordo che mi chiese in quale albergo fossi e io non sapevo come rispondere: eravamo in tenda!».

Iniziò un'amicizia.

«Mi invitò a Studio Uno e negli anni '70 l'ho frequentata spesso. Poi le feci avere il mio numero di telefono attraverso il padre, ma lei non mi chiamò nei tempi fissati. Tempo dopo, tornai a casa una sera e mia moglie mi disse: Ha chiamato una tale signora Mazzini che si credeva chissà chi.... Da quella volta non ci siamo mai più incrociati».

Negli esordi di Edoardo Vianello c'è anche Mogol.

«Una sera è venuto a cena da me e poi ha scritto il testo di O mio signore. La mia etichetta era un po' titubante, poi Morricone fece un arrangiamento molto secco e stringato, totalmente diverso da quello che mi aspettavo. Però aveva ragione lui».

Ne I watussi lei canta degli «altissimi negri». Oggi sarebbe politicamente scorretto.

«Ma all'epoca quella parola si poteva dire».

Ha mai pensato di cambiarla?

«Non credo avrebbe senso e anche persone di colore mi hanno detto che sono d'accordo nel non tornare indietro. Oltretutto, il pubblico non si è mai scandalizzato».

Quello è uno dei simboli assoluti dei tormentoni.

«Molte mie canzoni di quel tipo contengono il nulla ma il pubblico le ha adottate».

In tutti i suoi brani colpisce anche la pronuncia molto chiara, quasi stentorea.

«Forse è merito di mio padre Alberto, che era un poeta futurista che fu anche pubblicato da Marinetti. Era notissimo per come declamava le proprie poesie».

I tormentoni oggi?

«Mi sembrano un po' troppo costruiti a tavolino e perciò non rimangono nella memoria, passano e vanno. Noi scrivevamo senza fare calcoli...».

Vianello oggi compie ottant'anni, poi si ritira?

«Macché, sto per iniziare la mia sessantesima tournée estiva...».