Io, rimasto perché pigro e prigioniero di questo «piccolo mondo antico»

La questione, amleticamente posta (anche se in termini puramente localistici): «Lascio Genova, resto a Genova?», caro Direttore, penso che negli ultimi quarant'anni (per non parlare del passato) se la siano rivolta in parecchi (per non dire in troppi). Oggi è frequentissima fra i professionisti che sono, molti fra loro, sempre più insofferenti della realtà politico-economico-sociale di questa città. Io stesso a lasciare Genova ci ho pensato ripetutamente ma non l'ho mai fatto, forse perché prigioniero di questo «piccolo mondo antico» intossicato dalle fiacche ideologie del dopoguerra (ispirate al socialismo reale) cui ormai la classe dirigente si è autoformata e vincolata come l'ostrica allo scoglio (guarda caso, l'immagine è di Giovanni Verga e fa riferimento ai «Malavoglia» e alla realtà allora molto più marcata del sottosviluppo meridionale, donde da parte dello scrittore siciliano l'idea di scrivere «il ciclo dei vinti», ben oltre il suo più celebre romanzo che invano in quel di Genova qualcuno ha cercato di convertire a proprio beneficio nominando un circolo culturale «di sinistra» «I Buonavoglia»).
Forse non l'ho fatto per pigrizia e per quella tranquillità che il declino economico-sociale assistito veniva garantendo quasi fosse un anticipo di pensionamento, una precoce senilità destinata in altri ad aprire le porte di un cronicario per abbienti e per meno abbienti. D'altronde il rilancio turistico di Genova e della Liguria era ed è proprio in chiave di un turismo della terza e della quarta età. L'anno prossimo celebreremo il 150° anniversario della fondazione e della proclamazione del regno d'Italia. Sarebbe opportuno (per la nostra città) fare il confronto (istruttivo) su come era Genova in occasione del centenario (cioè nel 1961) e quali erano allora le realtà e le speranze che si vennero via via disattendendo. Tantissimi nostri concittadini possono testimoniare, qualora abbiano dignità e onestà intellettuale, il senso del decadimento di Genova e la modestia dello sviluppo che via via è subentrato. Esso è tutt'oggi la condizione corrente che testimonia il non allargamento della base produttiva. Ad uno scivolamento-arretramento epocale non si è riusciti ad opporre una controtendenza che potesse davvero far risalire la china.
È subentrata dunque una filosofia di vita minimalistica e ispirata all'appagamento nell'ambito del ridimensionamento che si è costituita come un vero e proprio orizzonte, come uno stile autentico che faceva e fa mentalità cittadina (altro che «fine del maniman», come qualcuno in tempi non tanto lontani scriveva, raccogliendo articoli che ritraevano genovesi più o meno illustri, che apparentemente a buon fine avevano «posto gli ingegni»). Genova e la Liguria sono belle; incrociandosi si costituiscono come un mondo a parte nel quale non è spiacevole vivere (e la mitezza del clima in generale rende ancora più cordiale il soggiorno o la residenza per chi ci è venuto e per chi ci e nato e ha potuto rimanervi per la maggior parte della sua vita). Però tanto i residenti da sempre quanto coloro che vi approdano per rimanervi avvertono che c'è qualcosa che non va. Accade loro come al protagonista di Una storia semplice(1989) di Leonardo Sciascia (una sorta di romanzo breve dall'andatura di un giallo poliziesco, tradotto poi in un film dal titolo omonimo), che incontrando sul traghetto un vecchio professore di italiano si sente dire da lui che sì la Sicilia è bella ma che i suoi abitanti lasciano un po' a desiderare... (per usare un eufemismo).
Ora se Genova si rivela ancora meno violenta nelle costumanze e nei «regolamenti di conti», (il che vuol dire che è un po' più civile) è però vero che risente di caratteristiche che sono comuni alla «civiltà mediterranea» di cui essa fa parte e che si sono venute specialmente evidenziando nel periodo del suo accentuato declino che ha provocato una vera e propria meridionalizzazione della città. Genova non è più (da un pezzo) uno degli angoli del noto triangolo che comprendeva Milano e Torino (ed occorre sotto questo aspetto ritornare al capoluogo ligure nel periodo dalla fine secolo XIX in avanti) ma una città di provincia che galleggia. E purtroppo ogni rievocazione (pur legittima) delle glorie dei secoli passati sembra oggi suonare come retorica, subentrando l'inevitabile confronto con la realtà in atto quasi a volerla celare consolandosi con quello che in passato fu (a suo modo) monumentale rispetto al presente. Riuscirà la nostra città a cambiare mentalità? È difficile dirlo perché troppo si è crogiolata nelle proprie ristrettezze, trovandole - come si è detto - appaganti, quasi compiacendosi delle stesse come se nessun'altra prospettiva di resurrezione fosse davvero possibile e praticabile. Che Genova non abbia più fede in se stessa, in parecchi lo pensano. E questo è il dato più terribile. Se così davvero fosse, allora si potrebbe definitivamente allontanarsi dalla città e forse malinconicamente cominciare a dimenticarla in una maniera un po' diversa da come Edmonde Charles-Roux (scrittrice) e Francesco Rosi (regista) in due modi convergenti ma differenti fra loro invitavano a «Dimenticare Palermo».