Io, alla scoperta del museo più bello d’Italia. Che non vedrete mai

Quadri, marmi, mosaici del I secolo, falsi Modigliani: siamo entrati
nel caveau degli 007 dell’arte, i carabinieri che difendono il nostro
patrimonio culturale

RomaUna coppia di putti lignei dorati del Settecento. Anfore, vasi, frammenti di sarcofagi, basi di colonne di marmo d’epoca romana, due teste di leone d’età rinascimentale. Tutti catalogati e ordinati su lunghi bancali in metallo. Persino un mosaico perfettamente conservato con decorazioni e simboli cristiani: è autentico, perché le singole tessere provengono da una pavimentazione del III-IV secolo dopo Cristo; ed è falso, perché i tombaroli le hanno assemblate costruendo ex novo il disegno. L’hanno messo in vendita su e-bay - a una cifra sconsiderata - dicendo che proveniva dalle catacombe di Domitilla. E i falsari, in effetti, abitavano lì accanto. Dove li hanno arrestati quest’estate.
E poi sculture, candelabri, bronzi. E quadri. Intere rastrelliere, decine e decine di tele: un San Giovannino della scuola di Guido Reni. Il più bel falso di Modigliani esistente al mondo. Un enorme Cristo nell’orto attribuito a Caravaggio. La collezione completa di un grosso imprenditore senese razziata dalla banda romana del «Chiavaro», così chiamata per la raffinatezza delle tecniche impiegate per introdursi nelle ville senza commettere effrazione. Furti “chiavi in mano”. Li hanno ammanettati nel febbraio dell’anno scorso.
E ancora: monete antiche, reliquiari, mobili d’epoca, come il secretaire in palissandro rubato nell’appartamento di un celebre stilista che nel nome - destino di una passione - porta uno stile della storia dell’arte.
Grandi opere e piccoli capolavori che giacciono nel bunker in attesa della conclusione dei procedimenti giudiziari e della restituzione ai legittimi proprietari, quando ci sono. Se no, rimangono allo Stato. In alcuni periodi qui si è arrivati a custodire contemporaneamente anche duemila “pezzi”, mai meno di mille. Meraviglie dell’arte. Che, per ora, nessuno può vedere.
Non sarà il museo più ricco o più spettacolare. Ma di certo è il più sicuro al mondo, trovandosi nella sede di un reparto operativo dei Carabinieri; e il più esclusivo, essendo rigorosamente off limits.
Benvenuti nel caveau del Comando Carabinieri Tutela patrimonio culturale, nella caserma “La Marmora” a Porta Portese, Roma. È qui che gli uomini dell’Arma - meno di 300, come gli Spartani alla Termopoli, per contrastare un esercito sterminato e agguerrito di falsari, mercanti e ricettatori - custodiscono il loro «tesoro ritrovato»: opere rubate da musei e collezioni private, o immesse illegalmente sul mercato, o frutto di scavi clandestini. Li chiamano gli 007 dell’arte. Indiana Jones in divisa. «Siamo solo carabinieri, con una missione speciale: proteggere il nostro patrimonio culturale. E per fare questo ci affidiamo a due cose: il massimo della passione e il meglio della tecnologia».
Appassionato («soprattutto i grandi movimenti dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento, dall’impressionismo al futurismo») e tecnologico («Più che dei miei libri sono orgoglioso della nostra Banca dati: 3 milioni di oggetti catalogati e 360mila immagini digitalizzate»), il generale Giovanni Nistri è oggi a capo del Comando Tutela patrimonio culturale, istituito esattamente quarant’anni fa: maggio 1969. Romano, 53 anni, prima di tutto un carabiniere e poi un amante dell’arte - alla parete del suo ufficio sono più i crest che i quadri - un lungo servizio fra territoriale e Stato Maggiore, e infine il comando di questo reparto d’élite che il mondo ci invidia e che ha sede a Roma, nel palazzo in stile barocchetto affacciato su piazza Sant’Ignazio. «Credo sia destino. Nel 1981 iniziai l’attività territoriale proprio a Urbino, dove da poco erano state recuperate la Madonna di Senigallia e la Flagellazione di Piero della Francesca, e la Muta di Raffaello, rubati nel 1975 da Palazzo Ducale. Li ritrovarono, dopo un anno di indagini, in un albergo di Locarno». Fu una delle prime grandi operazioni del Nucleo, fra le più eclatanti, un fiore all’occhiello nell’immenso giardino di oltre un milione di “pezzi”, fra reperti archeologici e opere d’arte, restituiti in quarant’anni dai carabinieri a un Paese straordinario e terribile come l’Italia, dove ovunque infili una vanga spunta un kantharos ma dove si punisce più severamente il furto di un ciclomotore che non di una maschera funeraria...
Privilegio e condanna di chi detiene il più grande patrimonio artistico del pianeta, l’Italia è uno dei principali crocevia del traffico d’arte. «Un business enorme: secondo l’Unesco inferiore solo a quello della droga e delle armi. Le faccio un esempio: un reperto archeologico di buona fattura, scavato clandestinamente, al tombarolo frutta poniamo mille euro. Nel giro di qualche anno riemerge sul mercato a 600-700 mila dollari. I pescatori che trovarono nelle acque di Fano, nel 1964, l’Atleta vittorioso di Lisippo, intascarono tre milioni e mezzo di lire: 14 anni dopo il Getty Museum lo comprò per 4 milioni di dollari». È il valore del tempo. «L’unica cosa che non ci manca: l’opera d’arte rubata è come un fiume. Carsico. Prima o poi riemerge. E noi dobbiamo essere lì, pronti a riprendercela. Nel nostro mestiere ci vuole fiuto, capacità investigativa, la banca dati più grande al mondo nel settore, cioè quella dell’Arma, e pazienza».
Un furto d’arte su commissione può essere risolto anche dopo venti o trent’anni. Mai darsi per vinti. Con le operazioni portate felicemente a termine dal 1969 a oggi si potrebbe riempire il Louvre. E per il resto bisogna aspettare. Pazienza e intelligence: una telefonata intercettata, una foto sospetta nel catalogo di una casa d’asta, un’offerta su Internet. «Ogni polizia ha le sue ossessioni. Le nostre? Ne abbiamo una lista». Sono i most wanted: i pezzi più ricercati, a partire dalla ormai leggendaria Natività del Caravaggio trafugata dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo 38 anni fa - il Bernardo Provenzano dell’arte - o la secentesca Madonna del cucito di Francesco Cozza, sparita dalla chiesa di San Bernardino di Molfetta nel 1970. O il celebre Ecce Homo di Antonello da Messina, rubato nel 1974 dal Museo Broletto di Novara. O la Diana cacciatrice d’epoca Imperiale romana scomparso dall’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere a metà degli anni Ottanta... Forse adesso sono nascosti nello scantinato di qualche commerciante, o al sicuro nel salotto di ricchi collezionisti senza scrupoli. C’è da dire che farebbero bella figura anche nel caveau della caserma “La Marmora”.
Da qui, del resto, sono passati capolavori universali: un “anziano” maresciallo ricorda ancora il volto di Apollo in avorio (un unicum nella storia dell’arte) scavato da una banda di tombaroli in una villa d’età repubblicana a nord di Roma, negli anni Novanta, e riportato a casa dai “carabinieri dell’arte” dopo una rocambolesca avventura che ha attraversato Svizzera, Germania e Inghilterra fra bande criminali, antiquari prezzolati, consulenti di musei di dubbia etica e cifre da capogiro: alla fine della catena di ricettazioni, la somma richiesta da Robin Symes, uno dei massimi trafficanti d’archeologia al mondo, fu di dieci milioni di dollari. Mancò poco che riuscì ad averli. Inchiodato dai carabinieri, confessò che l’Apollo si trovava a Londra. Dove lo trovarono. Un orecchio era nascosto dentro un pacchetto di Marlboro. Nemmeno Vladimiro Glorioso, il “re dei furti d’arte”, trent’anni di disonesta carriera fra la Cassia e la provincia romana - studi fermi alla terza elementare ma occhio da perito di Sothbey’s, uno a cui bastava un secondo, anche alla luce di una torcia, per riconoscere un Salvator Rosa da una crosta - avrebbe osato tanto. Quando l’hanno preso l’ultima volta, qualche anno fa, aveva in casa un intero negozio di antiquariato, con tele del Sei e Settecento da due milioni di euro. Imballate secondo i più rigorosi standard di sicurezza. Il leggendario Giacomo Medici, faccendiere con la passione del business dell’arte, con sede il-legale a Cerveteri e magazzino a Ginevra, i suoi “pezzi” invece li stipava alla rinfusa su impalcature da muratore, compresi affreschi interi staccati dalle pareti di domus romane. E Robert Hecht, il “grande Bob”, un personaggio degno di una spy story di Dashiell Hammett, un «predatore dell’arte perduta» che ha impiegato buona parte dei suoi 90 anni di vita a piazzare reperti ai musei di Boston, Berlino, Los Angeles e altre gloriose ma “distratte” istituzioni: dalle sue grinfie passò anche un rarissimo gruppo marmoreo policromo del IV secolo a.C. raffigurante due grifoni che sbranano un’antilope. Scavato di frodo in una tomba in provincia di Foggia, fu acquistato nel 1985 dal Getty Museum per 7 milioni di dollari. I carabinieri lo ritrovarono insieme a una polaroid che mostrava il reperto, nel bagagliaio di un’autovettura, sporco di terra, avvolto in un foglio di giornale.
Storie di rigattieri, di falsari, di ladri, di guardie, di uomini e di grifoni... E di draghi. Come quello enorme, insonne, che da 40 anni vigila - impresso sullo stemma del Comando Carabinieri Tutela patrimonio culturale - sul Pantheon. Cioè il simbolo del bene più prezioso che l’Italia possiede. L’arte.