Io, senatore parente degli zar eletto a Primavalle

La targa d’ottone sulla porta d’ingresso elenca una trentina di collaboratori dello studio legale. Lo studio medesimo, nei Parioli più eleganti, ha soffitti a cassettoni, pilastri neo classici, mobili rosso scuro all’inglese. Quando ti chiedi se sia immaginabile qualcosa di più lussuoso, arriva Giuseppe Consolo, il titolare del ben di dio, e sai che la risposta è sì. Il senatore di An è ancora più dovizioso del suo studio. Ha l’aria di un granduca ed è arredato come una cattedrale col suo doppio petto blu piazzato su un’altezza doppia della media. La camicia è turchina, i polsini bianchi, il solino inamidato. Un magnifico fazzoletto tricuspide spunta dal taschino come le guglie del Duomo. Quando già ti senti un verme, ti guarda e lo odi: ha pure gli occhi azzurri. Mannaggia a lui.
«L’ha ereditata o l’ha messa in piedi lei questa sontuosa baracca?», chiedo ostile.
«Io. Papà era ufficiale di Marina. Avrei dovuto seguirne le tracce e ho frequentato il Morosini, la scuola navale di Venezia. Ero con Luca di Montezemolo», dice Consolo con tono mite. Sta a vedere che, scremato dai fronzoli, esce un bonaccione.
«Invece?».
«A un esame, udii un commissario sussurrare a un altro: “È il figlio dell’ammiraglio”. Capii che, qualsiasi cosa avessi fatto, sarei rimasto il figlio di. Cambiai strada», dice giocherellando con un computerino di quelli che stanno in una mano.
«Carino», dico interessato perché vorrei comprarne uno.
«Sono un patito», dice e ne tira fuori dal cassetto sei identici. «Un altro è a riparare. Ho il terrore di perdere le informazioni».
«Sua moglie è una Romanov, discendente degli zar assassinati da Lenin. L’ha sposata per anticomunismo?», dico.
«Solo per amore. Non mi lascio influenzare dalla politica. Ho anche difeso il bulgaro presunto attentatore del papa, Antonov. Non c’entrava niente. La pista bulgara o russa, che è lo stesso, era una bufala».
«Com’è che fu scelto?».
«Ebbi l’incarico dall’ambasciatore bulgaro. Aveva chiesto a due suoi amici di fargli il nome di un legale che fosse incorruttibile e non comunista. Entrambi fecero il mio nome».
«Come reagirono i suoi?».
«Mio suocero, padre di Natascia, mi disse: “Io ho i parenti uccisi dai comunisti e tu li difendi?”. Mio padre aggiunse: “Voleva uccidere il papa e tu lo difendi?”. Andai per la mia strada e lo feci assolvere. Non sono avvocato di convenienza».
«Ho letto che è Cavaliere di Madara. Una patacca?».
«Onorificenza bulgara. In Italia, ce l’abbiamo solo io e Andreotti».
«Moglie principessa, studio ai Parioli, socio del club Aniene. È uno snob salottiero?».
«Sfuggo la mondanità come la peste bubbonica. Frequento due tipi di persone: chi ha qualcosa di interessante da dirmi e gli amici. Per gli altri, non lo dico per snobismo, non ho tempo da dedicare».
«Il suo collegio senatoriale è Primavalle, quartiere ultrapopolare. Snobismo supremo?», chiedo.
«Quartiere meraviglioso che in Senato era stato sempre rappresentato da un diessino. Ho preso 67mila voti, guadagnandone undicimila. Ma non sono stato bravo io. Avevo una buona merce da vendere: An, un partito straordinario».
«Lei è entrato in politica solo nel 2001, cinquantatreenne. Per chi votava prima?»
«Tre partiti diversi, Msi, Dc, Pli. Non mi sarei però mai iscritto al Msi. Era un po’ troppo per me. An è il primo partito in cui milito e sarà l’unico. Mi ci trovo benissimo. Gianfranco Fini è un grand’uomo».
«Invece è deluso il prof. Fisichella, che ha un profilo un po’ come il suo». Consolo mi guarda e con smorfiette varie fa capire che lui, insomma, questa grande affinità con Fisichella non la sente.
«Prescindendo da Fisichella, se io fossi in dissenso col mio partito, invece di fare interviste contro, lascerei il seggio al Senato», dice. Col telecomando ordina al condizionatore, cinque metri più in là, di darsi da fare. L’apparecchio risponde con un rantolo da rompighiaccio e ci soffia addosso un maestrale.
Il suo Fini, che in Parlamento ha sostenuto la legge sulla fecondazione, ha poi votato per il suo stravolgimento nel referendum.
«Prima della legge eravamo nel Far West. Una volta portata a casa, si poteva migliorarla o con una nuova legge o col referendum. Fini ha scelto il referendum. Ha fatto bene o male? Non giudico. In ogni caso, non è stata incoerenza».
Fini ha il vizio. Amico poi nemico di Saddam, ammiratore poi denigratore di Mussolini, eccetera.
«Fini ha il coraggio di cambiare idea se pensa di essere in errore e lo fa anche su posizioni scomode».
Che pensa di lui?
«Senza Fini, An sarebbe nulla. Gli dobbiamo tutti grande gratitudine, che per me è un valore».
Che sia lui invece di D’Alema l’erede dell’opportunismo togliattiano?
«Può dirlo solo chi non lo conosce. Ha un estremo rigore morale. Ma avendo pudore della sua vita privata, pochi lo conoscono a fondo».
A cosa punta?
«Se i suoi glielo faranno fare, a un partito di destra europea. Fini è un Giano bifronte: un occhio al passato, lo sguardo al futuro».
Lei è in politica per arricchirsi?
«Anzi! I diagrammi dei proventi di studio degli ultimi due anni, sono in discesa. Ma sono felice di fare politica senza compromessi».
C’è chi si arricchisce con la politica?
«Molti politici non sono pervasi dal fuoco della passione. In An però vedo pulizia. C’è solo troppa litigiosità. Ma sono baruffe chioggiotte».
Partito unico del centrodestra?
«Per il momento lo vedo di difficile realizzazione. In ogni caso, dovrebbe essere fatto per la difesa dei nostri valori, non per resa elettorale».
Lei è membro della commissione Telekom-Serbia. Avete fatto una figuraccia: i magistrati hanno smentito i vostri sospetti.
«La sinistra è stata bravissima a confondere le acque. Abbiamo perduto l’occasione per capire come è stato sprecato denaro pubblico».
Chiederà scusa a Prodi, Fassino, Dini su cui avete insinuato?
«È Prodi che deve chiedere scusa a noi per avere dato alla Serbia il doppio dei soldi per la sua obsoleta compagnia telefonica. Quanto a Mortadella, Cicogna, Ranocchio, meglio stendere un velo pietoso».
L’archiviazione dei giudici di Torino la convince o è politica?
«Non commento i giudici. Resta la certezza che Telekom Serbia è stata pagata il doppio».
Voi insinuavate tangenti.
«Forse volevamo dimostrare troppo. Ma penso che lo sperpero di pubblico denaro sia peggiore delle tangenti».
Su internet lei elenca i suoi sostenitori illustri. Da Alain Elkann a Nicola Pietrangeli, tutti elogiano la sua «umanità». In che è così umano?
«Sono una persona normale. Vorrei che sul mio biglietto da visita ci fosse scritto: “Non ha mai telefonato tramite la segretaria”».
Tra i fan, numerosi professori. È uno stimato accademico?
«No, perché non ho dedicato alla ricerca il tempo che avrei desiderato. Mi piace molto il rapporto con gli studenti. Si fanno ancora sentire dopo anni e qui in studio ho diversi ex alunni».
Per un concorso a cattedra a Cagliari, lei fu accusato di plagio.
«Sbagliando, non ho virgolettato alcuni passi ripresi da altri autori. Ma nelle note, c’erano i riferimenti. Comunque, ho ritirato la candidatura».
Com’è nata l’accusa di plagio?
«Da una lettera anonima di uno che consideravo tra i migliori amici. Gli avevo confidato che, per la fretta, non avevo virgolettato».
In che rapporti è rimasto con l’«amico»?
«Zero. Ci unisce un assordante silenzio».
Lei è in commissione Giustizia. Che pensa del Guardasigilli?
«Persona perbene, forse troppo spigolosa. Certi attriti coi magistrati non hanno ragione d’essere. Molti giudici sono migliori di come gli italiani li immaginano. I pochi che vivono in tv screditano i tanti che lavorano in silenzio».
Il potere di grazia spetta a Ciampi o a Castelli?
«A entrambi. Sono d’accordo con il più grande costituzionalista vivente, Augusto Barbera: la grazia è un potere duale».
Il Cav è un perseguitato giudiziario?
«Dubito che le centinaia di perquisizioni subite fossero tutte motivate. Ma i cavalli si vedono all’arrivo. Sarò ingenuo, ma alla fine la giustizia trionfa».
Che pensa del Cav?
«Nel ’94, ha salvato l’Italia da una sinistra che non è quella di oggi. Si sottolineano le gaffe e non i suoi risultati». Consulta il suo computerino e fa l’elenco. «Abolita la leva, l’imposta di successione, l’abitudine da terzo mondo di fumare ovunque. Vietata l’infibulazione. Patente a punti, poliziotto di quartiere, rientro dei Savoia che una legge transitoria in transito dal ’48...».
Pietà. Il Cav leader anche nel 2006 o meglio i cinquantenni, Fini, Casini?
«Un team. Cav al Quirinale, Fini a Palazzo Chigi, Casini capo del partito unico».
Il Cav ha fatto delle avance a Rutelli che le ha respinte.
«Pace. Comunque, la sinistra è mal combinata. L’olio di Rutelli e l’acqua di Bertinotti non puoi metterle insieme».
Chi auspica come leader dell’Ulivo per batterlo meglio.
«Prodi è perfetto».
Da romano, come le sembra Veltroni sindaco?
«Non sono romano, ma mezzo siciliano, mezzo napoletano. Veltroni ha fatto il contrario di Berlusconi. Ha venduto bene la sua merce. Il Cav invece, che aveva merce buonissima, non ha saputo commercializzarla».
Nel 2006, la Cdl perde di brutto o con onore?
«Partita totalmente aperta. Un anno, in politica, è luuungo».

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