«Io, di sinistra, vi spiego il nostro male: siamo troppo divisi, snob e antipatici»

In uno spietato saggio il sociologo Luca Ricolfi critica politici e intellettuali

Andrea Tornielli

Duecento pagine che si leggono d'un fiato e descrivono quelle che lo studioso definisce «le grandi malattie della sinistra»: l’incapacità di parlare in modo diretto e comprensibile alla gente comune, l’astrattezza delle formule, il ritenersi superiori dal punto di vista etico e delle idee, il sentirsi «la parte migliore del paese», «l’ala sana» che si è autoattribuita una missione salvifica, come se l’Italia fosse passata dall’età dell’oro (gli anni dell'Ulivo) a quella del piombo (gli anni di governo della Casa delle libertà). È un’analisi schietta, quasi spietata quella che il sociologo Luca Ricolfi propone nel suo ultimo libro, Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori (Longanesi, 14 euro, da oggi in libreria). Un’analisi al di sopra di ogni sospetto, dato che lo studioso, docente di Analisi dei dati presso la facoltà di psicologia dell’università di Torino, è - come si legge nel risvolto di copertina - «da sempre collocato a sinistra». Il Giornale l'ha intervistato.
Una delle «malattie» della sinistra è rappresentata, nella sua analisi, da un linguaggio in codice e dall’incapacità di parlare alla gente. Può fare qualche esempio?
«Nel mio libro di esempi ne faccio a bizzeffe, ma basterebbe confrontare la concretezza delle tre I del programma elettorale di Berlusconi nel 2001 sulla scuola del futuro - I come inglese, I come informatica, I come impresa - con l'astrattezza e l’incomprensibilità delle tre G che Fassino ha proposto al congresso dei Ds come slogan riassuntivo delle intenzioni del centrosinistra: G come genti, G come generi, G come generazioni. Come si può pensare che esista anche solo una persona normale, non imbevuta di politica, alla quale la triade genti-generi-generazioni trasmetta qualcosa?».
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«In realtà la sua domanda andrebbe capovolta: se ci provassimo, riusciremmo a mettere insieme un’antologia di interventi dei leader dell’Unione davvero chiari, concreti, non elusivi? La sinistra abusa dei sofismi, ha paura delle parole crude, predilige le formule e le astrazioni: insomma, usa “parole di nebbia”, come diceva Natalia Ginzburg già un quarto di secolo fa. Ho appena ascoltato alla radio un’intervista di un dirigente della Margherita che ha passato mezz’ora a eludere tutte le domande di un valente giornalista e a discettare sulla Margherita che è figlia dell’Ulivo, ma è anche madre dell’Ulivo, e nello stesso tempo è figlia del bipolarismo, e però chissà che cosa potrebbe diventare se il bipolarismo non ci fosse più, e così via domanda dopo domanda».
Quale causa determina, secondo lei, questa poca chiarezza di linguaggio?
«Nel libro distinguo fra tre malattie del linguaggio, che hanno radici diverse. La prima è la più antica, ed è tipica dei partiti di matrice marxista: l’ho chiamata l’orgia degli schemi secondari, ossia la tendenza a neutralizzare le evidenze empiriche contrarie (innanzitutto i fallimenti e le tragedie del comunismo) mediante un uso spregiudicato del discorso, un po’ come facevano i sofisti nell’antica Grecia. La seconda è la paura delle parole, che deriva dall’accettazione acritica dei tabù del politicamente corretto: una sorta di ipocrisia del lessico, per cui non si può dire spazzino, o vecchio, o cieco, nonostante tali parole “scorrette” siano parte integrante del nostro vivo pensiero, e sopravvivano nel linguaggio interno della maggior parte delle persone normali. E poi c’è la terza malattia, il linguaggio codificato, ossia il ricorso continuo e reiterato a formule astratte, l’incapacità di usare espressioni concrete, o per lo meno vicine al senso comune della maggior parte delle persone».
Quanto incidono nell’incapacità di formulare proposte chiare e comprensibili per un programma di governo le differenze tra le forze del centrosinistra?
«Molto. Senza un linguaggio oscuro, astratto, allusivo, impreciso, difficilmente i partiti del centrosinistra potrebbero stare tutti insieme. Appena si parlasse in modo chiaro, operativo, e non ideologico, di cose tipo legge Biagi, pensioni, imposta patrimoniale, tassazione delle rendite, progressività delle aliquote, tagli alla spesa sociale, liberalizzazioni e privatizzazioni l’unità del centrosinistra andrebbe in pezzi».
Non le sembra una visione troppo pessimistica?
«No e dirò di più: la tendenza a innamorarsi delle formule astratte e l’incapacità di usare il senso comune è andata così avanti nella cultura di sinistra che ci vorrà molto tempo perché qualcosa cambi. Anche se - per divino miracolo - da domattina i dieci leader del centrosinistra (Prodi più i nove segretari di partito) si ritrovassero improvvisamente a pensarla tutti esattamente allo stesso modo, ancora per lungo tempo continueremmo a sentirli parlare come hanno sempre fatto, tali sono l’assuefazione e l’incapacità di vedersi dall’esterno, ossia con gli occhi della gente normale».
Un’altra «malattia» da lei individuata nel libro è il «senso di superiorità etica» che contraddistingue la sinistra. Perché questo snobismo? Da che cosa è originato?
«Il senso di superiorità morale è, molto semplicemente, la ragion d’essere di una sinistra che non ha più né la capacità né la volontà di difendere i deboli. Proprio perché non rappresenta più un blocco sociale, la sinistra si è autoreinventata come espressione di un “blocco etico”: la cosiddetta “parte migliore del paese”, o sua “ala sana”. La cosa grave è che l’atteggiamento di superiorità, di supponenza e spesso anche di disprezzo non è limitato all’odiato Cavaliere, o al ceto politico della Casa delle libertà, o ai militanti del centrodestra (ricordate la polemica di Prodi sui “mercenari”?) ma arriva a toccare l’elettorato avverso, visto come la parte peggiore del paese».
Crede che questo «complesso dei migliori» sia un elemento che gioca a favore o contro il centrosinistra in vista della tornata elettorale?
«Bisogna intendersi. Se lei mi sta chiedendo se l’antipatia della sinistra basterà a farle perdere le prossime elezioni le rispondo di no, perché al momento la delusione del popolo di destra (e dei non schierati) per questi cinque anni di Casa delle libertà è tale da nascondere, o per lo meno da lasciare in ombra, l’endemica l'antipatia della sinistra. Ma se lei mi sta chiedendo in che modo le cose potrebbero andare in futuro, le rispondo che al posto dei dirigenti della sinistra sarei molto preoccupato: caduto il collante dell’antiberlusconismo l’antipatia del ceto politico dell’Unione potrebbe rivelarsi una zavorra micidiale».