"Io sono la mia salvezza". Così Bukowski rischiò tutto

Lo scrittore lasciò lo stipendio sicuro delle Poste per seguire la sua visione. Da autentico individualista

Chinaski è l'utopia dei Fantozzi d'America. Donne, sesso, sbornie e un capo da bestemmiare. Allora devi ammetterlo, Buk. Il berretto da postino supplente ti ha salvato la vita. È quello che ancora fa impazzire Stone, il tuo capo. È il segno di un Dio ingiusto. Così dice lui. Che razza di fortuna va a capitare a un tipo del genere. Quello che scrive è degno della sua faccia. Ci vorrebbe una patente per pubblicare qualcosa. Chinaski o Bukowski o come cavolo si chiama trova invece un sedizioso, pervertito quasi più di lui, che gli versa cento dollari al mese per non pensare più a un cazzo e scoreggiare in giro le sue stronzate. E quello si licenzia. Ha svoltato. Non è neppure un vero editore, questo John Martin. Ha una ditta di forniture per ufficio a Santa Barbara. È uno che vende matite, graffette e spillatrici. Uno che colleziona le prime edizioni di libracci e che adesso fonda una cosa che si chiama Black Sparrow, solo per il signor Bukowski. Il minimo che merita è perdere tutto.

Solo che non va così. John Martin vince la scommessa: «Ci siamo seduti a un tavolo, di fronte a un foglio di carta. Io ho preso la penna e lui ha fatto l'elenco di tutte le sue spese mensili. Era il 1965, il suo affitto veniva 35 dollari al mese. Poi gli servivano 15 dollari per pagare gli alimenti all'ex moglie, tre dollari per le sigarette, dieci per gli alcolici e altri 15 per il cibo. E, anche se sembra davvero poco, all'epoca riusciva a sopravvivere, si vestiva in modo decente, aveva una vecchia macchina e stava in un appartamento semidistrutto a East Hollywood. Poteva cavarsela, con 100 dollari al mese. A quel tempo avevo uno stipendio di 400 dollari, quindi gli stavo versando un quarto di quello che guadagnavo. Più avanti ho deciso di pagargli un onorario. Gli versavo 10.000 dollari ogni due settimane. È passato da 100 dollari al mese a 10.000 dollari ogni due settimane. Più tardi sono arrivati i soldi veri».

L'ultima faccia che vedi all'ufficio postale è proprio quella di Stone.

«Cos'è questa?»

«Una lettera».

«Non voglio le tue lettere».

«Me ne vado. È una lettera di licenziamento».

«Torni a fare il barbone del cazzo».

«Non sono affari tuoi. Da domani non mi vedi più».

«Ti sbagli. Non puoi licenziarti così».

«Sì che posso. L'ho appena fatto».

«Serve un preavviso».

«Ti sto preavvisando».

«Mi stai avvisando che finisci il mese».

«Quindi?».

«Quindi stai qui fino al 31 dicembre 1970».

Diciamo che è andata così, anche se tu la racconteresti in modo diverso. John Martin, comunque, ci dice quello che viene dopo. «Bene, inizio a lavorare per te il 2 gennaio. Tre o quattro settimane dopo mi telefona. Ce l'ho; vieni a prendertelo. Cosa? E lui: il mio romanzo. Dall'ultima volta che ci siamo sentiti hai scritto un romanzo? E lui: sì. Come cavolo hai fatto? E lui: la paura può moltissimo. Quel romanzo era Post Office». La paura ha la faccia di merda di Stone, il capo. Puoi anche accettare di sentire le sue urla contro Hank postino, ma non la risata che seppellisce i tuoi sogni come scrittore. «Ricordo una volta che uno dei colleghi improvvisamente disse: non sarò mai libero. Uno dei capi che passava di lì si lasciò sfuggire una risata, godendo del fatto che questo tizio fosse intrappolato per tutta la vita».

La via di fuga non passa per lo Stato, per la legge, neppure per la rivolta, perché il Leviatano burocratico è troppo forte, troppo reticolare, troppo sistematico. Chinaski ci ha provato, con il candore dell'Io che ancora crede alla favola dello Stato siamo noi o del Tu, cittadino, elettore, sei lo Stato. E invece lo Stato sono loro, non c'è speranza o redenzione se non ti aiuta il destino, il caso, la fortuna e quel maledetto demone che ti porti in corpo. È la stessa strada che porta alla conversione individualista e in qualche modo capitalistica del Banchiere anarchico di Fernando Pessoa. Ti salvi da solo ed è già un miracolo al quadrato. La mia casa è il mio castello. È questa l'unica bandiera di Chinaski.

«Erano gli stessi precari a rendere possibile l'esistenza di Jonstone, ubbidendo ai suoi ordini impossibili. Non riuscivo a capire come un uomo così palesemente crudele riuscisse a mantenere quel posto. I fissi se ne fregavano, il sindacalista non valeva una cicca, e così durante uno dei miei giorni liberi preparai un rapporto di trenta pagine, ne spedii una copia a Jonstone e portai l'altra giù al Federal Building. L'impiegato mi disse di aspettare. Aspettai un'ora e trenta minuti, poi mi portarono da un ometto dai capelli grigi e gli occhi come cenere di sigaretta. Non mi chiese nemmeno di sedermi. Cominciò a urlare appena mi vide entrare dalla porta.

- Ti credi furbo tu, eh, a fare queste puttanate?.

- Preferirei che non usasse questo linguaggio, signore.

- Ti credi furbo, eh? Sei uno di quei figli di puttana con un sacco di paroloni in bocca e ti diverti a metter giù merda, eh?

Agitò i miei fogli verso la mia direzione. E urlò: Mr Jonstone è una brava persona!

- Non dica sciocchezze. È ovviamente un sadico.

- Da quanto tempo lavori alle poste, tu?

- Tre settimane.

- Mr Jonstone lavora alle Poste da 30 anni.

- E questo cosa c'entra?

- Mr Jonstone è una brava persona.

Credo che il poveretto avesse voglia di uccidermi, in realtà. Probabilmente lui e Jonstone andavano a nanna insieme»

La tua fortuna, Hank, la tua fuga, Bukowski, è trovare uno che si inventa editore perché crede al di là di ogni ragionevole dubbio nel suo talento. Scommette sull'imponderabile e vince. Scommette contro la burocrazia, contro la precarietà, contro i criteri di selezione, contro le leggi del lavoro, contro il proprio tempo e quello che verrà, contro il salario saltuario, contro tuo padre, che in qualche modo c'entra sempre, e contro chi non vede l'impossibile. Ok. È vero. Tu quel debito lo hai ripagato. Non con il successo. Neppure con la gloria e i soldi. Lo hai ripagato con un solo grande gesto: raccontando al mondo di John Fante.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Lun, 21/11/2016 - 11:09

Non capisco perché non passano i commenti. Anche questo è da censura? Mah, mistero. Lo ripropongo. Gli americani sono nevrotici. Nascono già nevrotici. Non hanno mai superato il senso di colpa di aver usurpato la terra. Si sentono estranei, abusivi, eterni pionieri sempre a rischio, gente di frontiera dal futuro incerto, insicuri, senza una storia millenaria alle spalle, senza una vera patria, senza un’antica dimora dove aleggi il ricordo degli avi. Sono dei bambinoni che non crescono mai, non riescono a diventare adulti; così diventano nevrotici e la nevrosi è il loro modo di assumere una parvenza di maturità. La nevrosi gli scorre nel sangue insieme ai globuli rossi e bianchi. Se poi ci si aggiunge anche birra a fiumi si finisce non solo nevrotici, ma anche sbronzi. E qualcuno, solo qualcuno, diventa Bukowski.

Ritratto di Giorgio_Pulici

Giorgio_Pulici

Lun, 21/11/2016 - 13:06

Bukowski è un genio, che se fosse nato in Italia, non avrebbe mai trovato un John Martin perchè la nostra burocrazia ottusa l'avrebbe ucciso in fasce: quindi sarebbe stato solo un povero ubriacone, ex. impiegato delle poste, emarginato ed inutile.